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Redazione Diocesi

Ho accompagnato il professor Giuseppe Lazzati, allora direttore dell’"Italia" a Linate per salutare il cardinale Giovan Battista Montini in partenza per Roma dove avrebbe partecipato al conclave. Non avevo dubbi che sarebbe stato eletto Papa. E che il dialogo con tutti, cristiani e non, credenti e laici, vicini e lontani, sarebbe stato il filo conduttore del suo Pontificato.
Il pontificato che avrebbe portato a termine, come è avvenuto, il Concilio. Un pontificato che avrebbe iniziato, con quel suo viaggio a Gerusalemme, una sorta di ritorno alle sue radici della Chiesa di Gesù, una nuova stagione dell’ecumenismo, certo irta di difficoltà e anche di ostacoli. Un pontificato segnato da quell’appello tormentato, ma insieme pieno di speranza, che aveva quasi gridato all’assemblea generale dell’Onu "Mai più la guerra". Di questa sua volontà di dialogo rispettoso nei confronti di tutti, di questa sua disponibilità, di questa sua attenzione continua a cogliere i molteplici aspetti della modernità in un periodo di profonde trasformazioni economico-sociali sono stato testimone nei venti mesi, dall’ottobre 1961, nei quali, come cronista del quotidiano cattolico milanese ho "raccontato" l’attività dell’arcivescovo. Quella ufficiale affidata ai tanti testi e interventi che hanno costellato il suo episcopato e quella per così dire più pastorale e meno formale, dove si incrociano, nell’affastellarsi dei ricordi, che ormai il tempo sfuma, stempera: il cardinale, che quasi si inginocchia per entrare nella tenda, certo non invitante, di un accampamento di nomadi alla periferia di Milano e l’arcivescovo che piange mentre tiene in braccio una bambina handicappata durante una sua visita al Piccolo Cottolengo di don Orione. Nei tantissimi gesti dell’arcivescovo avvertivo in lui un’autentica "compassione" evangelica per l’uomo. Era questa la molla che la spingeva a rivolgersi ai "lontani", in una realtà nella quale i cattolici erano ormai una minoranza e il numero dei "lontani" (e non solo per ragioni legate alla dura contrapposizione politica di quegli anni) più indifferenti, che atei veri e propri, era in continua crescita. Chiedendo loro perdono, con parole e gesti che possono essere ricondotti a quelli usati da Giovanni Paolo II, in quella "Missione" che, nell’autunno del 1957, scosse l’intera città di Milano in un’iniziativa pastorale inimmaginabile allora e forse impossibile a ripetersi anche oggi. Non si comprende il grande ministero e magistero di Paolo VI se non si ricorda che le radici stanno nel suo ministero e magistero milanese. "Questa Milano così moderna, ma anche così lontana, è la Milano che dobbiamo amare e nella quale ci dobbiamo impegnare giorno dopo giorno. È la nostra croce, ma anche la nostra grande speranze". Ero solo con lui, sul terrazzo del centro culturale germanico che aveva appena inaugurato, quando mi disse queste parole. Erano le parole di un arcivescovo. Sarebbero diventate per tutta la Chiesa e per tutto il mondo le parole di un grande Papa.
Antonio Airò

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