L’Arcivescovo invita la Chiesa ambrosiana a guardare a San Carlo di cui si celebra il quarto centenario di canonizzazione

Luisa Bove

Percorso 2010

La parola d’ordine che accompagna il nuovo Anno pastorale sarà “santità”. L’arcivescovo Dionigi Tettamanzi invita tutta la Chiesa ambrosiana a vivere un cammino sulle orme di San Carlo, di cui il 1° novembre si celebrerà il quarto centenario di canonizzazione. «Questo anniversario – scrive il Cardinale nella sua lettera pastorale “Santi per vocazione” – è un’occasione perché la memoria di San Carlo non si riduca alla commemorazione di un vescovo, certo eccezionale e significativo per la storia della nostra Diocesi e di tutta la Chiesa, ma irrimediabilmente rinchiuso in un altro tempo e in un’altra cultura». L’Arcivescovo non esita a presentare agli uomini e alle donne di oggi l’esempio di vita del suo grande predecessore vissuto nel Cinquecento, invitando gli ambrosiani a imitarne i tratti di dedizione, generosità, coraggio, devozione… Non solo. Tettamanzi è anche convinto che non solo la Chiesa, ma «persino una società secolarizzata e indifferente può raccogliere dal santo un richiamo e un invito».
«La sintesi della vita di un cristiano si dà in un’esistenza santa», continua l’Arcivescovo, eppure «oggi il rischio che corriamo, anche nelle nostre comunità, è quello di svuotare il cristianesimo dall’interno». Questo significa che «non possiamo coltivare uno stile di vita che eviti ogni disciplina personale contro l’orgoglio e l’egoismo». Tutti abbiamo una responsabilità come credenti nei confronti della Chiesa e come cittadini nei confronti della società, quindi non possiamo ignorare quelle che sono le esigenze del Vangelo da una parte e le reali necessità della gente. «In un’epoca di consumismo e di nuova miseria, Gesù ci invita a uno stile di vita semplice, sobrio, ordinato ed essenziale». Così l’Arcivescovo denuncia il grande divario che separa ricchi e poveri, e invita i suoi fedeli a «vivere la vera carità» e a «cercare il bene comune», perché la gioia cristiana «va oltre il sentimento del momento e non è solo un benessere temporaneo».
Non a caso le prime pagine della lettera pastorale sono dedicate a una rilettura in filigrana della parabola dell’evangelista Luca sul buon samaritano (Lc 10,25-37) che non ha esitato a soccorrere un estraneo trovato sul ciglio della strada, pagando anche di persona. «Il santo – insiste l’Arcivescovo – è colui che in maniera esemplare, umile e coraggiosa, superando infinite difficoltà, si compromette di persona e sa vivere la carità di Cristo, vedendone il volto in quello del povero». È ciò che è avvenuto anche a san Carlo, che ha vissuto la stessa prossimità dando «un grandissimo esempio di estrema dedizione di sé di fronte alla peste che nel 1576 aveva colpito Milano».
Il buon samaritano, commenta ancora Tettamanzi, «si china sulle piaghe dell’uomo di ogni tempo, di ogni razza e di ogni condizione». Anche i cristiani devono quindi chinarsi sulle molte persone che hanno bisogno «di aiuto, di giustizia, di onestà», non possono «ignorare né trascurare» le ferite profonde della società di oggi. Lo stesso san Carlo si è occupato degli ultimi, degli appestati, e nel vederli soffriva profondamente, ma ritrovava forza e coraggio nel Signore con il quale aveva «una vera relazione personale». Nella sua vita era costante il riferimento al Crocifisso e non stupisce quindi che moltissimi artisti lo abbiano ritratto proprio in atteggiamento di preghiera e contemplazione di fronte alla croce.
«Carlo Borromeo – continua l’Arcivescovo – ascolta il grido dei poveri, sente compassione per la sua gente e se ne prende cura con una dedizione senza risparmio: non ha mai sentito quella sorta di alternativa, di cui noi spesso ci lamentiamo, tra la cura pastorale e la burocrazia ecclesiastica, perché ha vissuto ogni impegno come un servizio d’amore offerto per una Chiesa più santa».
Ma san Carlo, puntualizza Tettamanzi, «ha portato dedizione, amore e speranza non solo nella comunità cristiana ma in tutta la città di Milano, in modo particolare quando fu colpita dalla peste. Si è rivolto a tutti e ha saputo andare anche fuori le mura». Questo «allargare gli orizzonti» e avere «mille relazioni quotidiane» è «una sfida per i cristiani di oggi e per la cura pastorale delle nostre comunità». Lo stesso Cardinale ammette che «una delle esperienze più belle come arcivescovo di Milano è stata proprio la possibilità di incontrare da vicino le persone», ascoltando spesso le loro sofferenze e difficoltà.
E rivolgendosi ancora una volta ai fedeli della Diocesi scrive: «Il Vangelo ci invita a stare dalla parte di coloro che hanno fame e sete di giustizia, di coloro che lavorano per una città più accogliente e più fraterna, di coloro che sperano in una solidarietà». Ma per rincuorare i suoi ambrosiani aggiunge: «Non siamo mai soli, il mondo e la Chiesa non cominciano con noi e il peso della storia non è tutto sulle nostre spalle». E conclude: «Prego perché sia dato a me, a tutti i fedeli di questa nostra Chiesa diocesana, di vivere questo anno pastorale come un tempo per camminare, certi dell’intercessione di san Carlo, verso una vita più santa, verso una Chiesa più giovane e coraggiosa, più povera e libera, più dedita alla missione che il Signore le affida per questo tempo».

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