Uno dei passaggi più frequenti che possiamo cogliere nel Percorso pastorale che l’Arcivescovo ha affidato per quest’anno ai fedeli della diocesi ambrosiana è proprio il rinnovato richiamo a far entrare abbondante nella vita la Parola di Dio, a non lasciare che questa Parola detta alle famiglie cada su un terreno infruttuoso. La Parola chiede di essere fatta fruttificare in scelte concrete

di Tiziano Sangalli
Delegato arcivescovile per il Santuario della Famiglia di Mesero

Famiglia

 

La spiritualità richiesta alle nostre famiglie non sarà tanto nel meditare la grandezza dell’amore di Gesù, ma nel viverlo e, proprio vivendolo, nel comunicarlo. È la traditio amoris di cui parla l’Arcivescovo. A sua volta, questa traditio amorisè la parte più significativa nell’itinerario spirituale cristiano dellatraditio fidei. Anche la fede deve essere un solco visibile, profondamente tracciato nell’esperienza di ciascuno di noi, di ogni famiglia e comunità parrocchiale. Così come non c’è fede senza amore, non ci sarà trasmissione della fede che non porti con sé trasmissione di amore; non ci sarà amore autentico né autentica fede che non esigano di essere trasmesse, tramandate “di padre in figlio”.

Siamo così alle soglie dello specificarsi di uno dei più significativi snodi della spiritualità del matrimonio cristiano che esige anzitutto fedeltà all’annuncio dello smisurato amore di Dio che si è manifestato nella croce di Gesù. Ed è proprio questo amore improntato a «come Gesù ha amato la Chiesa e ha dato se stessa per lei» il paradigma di ogni sacramentalità accolta in dono e restituita, sempre in dono gratuito, perché il cerchio dell’amore si dischiuda andando oltre gli stessi coniugi, dilagando nei figli, nel trasmettere tutto ciò che si vorrebbe ancora presente nel futuro di questo mondo che Dio stesso ha amato oltre ogni limite.

Questo stile di vita familiare che si consolida nella traditio fidei et amoris può esistere solo là dove si accoglie, insieme al dono della Parola, l’impegno umile alla conversione,all’ascesi che purifica la vita rendendola capace di manifestare e trasmettere la fede che è perfetta solo nella carità. L’Arcivescovo ha riservato in più punti della seconda tappa del nuovo Percorso diocesano una particolare attenzione a questo cammino di purificazione della vita, di “ascesi familiare” e di “ascesi della pastorale”.  L’apertura del Percorso pastorale “Famiglia comunica la tua fede”, dice così: «È in mezzo a noi questo amore, e lo ritroviamo anzitutto nel fascino misterioso e irresistibile che si sprigiona dalla persona di Gesù». Sono parole semplici, che rivelano una verità grande, forse facile da condividere: non possiamo essere noi a determinare l’amore di Dio, ma lo troviamo rivelato, “raccontato” nelle pagine bibliche, nell’intrecciarsi della storia umana con la grazia liberante di Dio nella persona di Gesù. Siamo solo uditori obbedienti. Un primo atto di purificazione che può entrare anche nelle nostre case, oltre che nelle nostre parrocchie, è dunque questo:orientarsi verso l’unica Parola che manifesta il paradigma di ogni volersi bene. Si tratta di una premessa indispensabile per maturare in ciascun coniuge e trasmettere a ciascun figlio il senso della vocazione stessa al matrimonio e alla famiglia: “Amare come Cristo ha amato la Chiesa”. Il paradigma è dato; ad esso ci si deve volgere per imparare. Non c’è alternativa.

La prima conformazione che la spiritualità cristiana esige è annunciata da Paolo come adatta al matrimonio, ma valida anche nell’ambito di ogni conformazione del credente al suo Signore. Essa fa da riferimento per quanti sanno intendere la vita come chiamata, come vocazione. Si è chiamati all’amore e questa vocazione ha la famiglia come “cassa di risonanza”, come strumento primo adatto a una dinamica di trasmissione. È proprio della famiglia questo paziente, quotidiano educare, sempre richiamato nei gesti, nelle parole, nelle scelte che gli adulti (i genitori) evidenziano quotidianamente come buoni perché evangelici e quindi da valorizzare, perché nutrono la fede e la spingono verso la sua pienezza che è, appunto, il dono di saper amare come ha amato Gesù. Mi sembra questo un modo di dire la spiritualità del matrimonio.

Dentro un contesto che vede sempre più deboli i canali con cui le generazioni comunicano e si trasmettono i valori e le tradizioni, si deve interpretare «quel clima diffuso di sfiducia e di paura che pesa fortemente sul compito educativo della trasmissione dei valori in genere e in particolare della fede». Bisogna però«ritrovare nell’attuale situazione socioculturale e religiosa non soltanto i problemi, ma anche e soprattutto le opportunità che si offrono alla trasmissione della fede” poiché “oggi la vita, nella sua concretezza, spinge molti ad interrogarsi sulla verità e sul senso del mistero dell’esistenza umana. La famiglia, nonostante tutto, rimane il luogo della ricerca dell’amore» (n. 3).

In vista di questo compito ogni famiglia è invitata a “ravvivare il dono di Dio” con lo scopo di consolidare nel quotidiano uno “stile alternativo a quello del mondo” poiché «il dono della fede entra nella vita e la trasforma: la conforma e la assimila nei giudizi e nelle scelte a quella di Gesù, ispirando esostenendo uno stile di vita propriamente cristiano, nuovo, diverso, alternativo allo stile mondano, perché segue le beatitudini di Cristo come logica che dà senso, pienezza, libertà vera, gioia al vissuto quotidiano» (n. 12).

Tutto questo non è frutto di strategie pastorali, ma della grazia di Dio alla quale attingere continuamente; è frutto di un’abituale purificazione delle intenzioni, fino a unificare ogni scelta attorno al cuore di tutte le esigenze della fede: conoscere Dio e aprirsi a lui mettendo in gioco la nostra libertà e, aggiungiamo, educando altri a far questo. Diventa poi evidente che ogni strategia pastorale dovrà a sua volta purificarsi, intendendo come proprio metodo e meta esattamente questo rinnovato desiderio di Dio. «Al servizio di questo itinerario spirituale, la pastorale familiare – che sempre vede tra loro alleate famiglie e comunità cristiana – potrà qualificarsi sempre più come pastorale della fede». Tutti i soggetti pastorali, famiglia compresa, «dovrebbero sentirsi chiamati ad onorare l’irrinunciabile priorità formativa: solo così ci si potrà rivolgere con vero frutto a tante altre incombenze e traguardi» (n. 13).

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