L'Arcivescovo invita le famiglie a testimoniare la fede e a educare all'amore i propri figli. Le comunità cristiane devono accogliere le richieste di battesimo dei genitori accompagnandoli nel cammino di preparazione al sacramento.

di Davide MILANI

Famiglia

«Parliamo di “Percorso pastorale”, ma il significato più vero è quello di essere un percorso spirituale». E’ dentro questo orizzonte che l’Arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, ha collocato la seconda tappa del percorso pastorale diocesano inaugurato l’8 settembre in Duomo nella Festa della Natività della beata vergine Maria. Per scongiurare il rischio di trasformare l’inizio dell’anno pastorale in una semplice questione di organizzazione di iniziative, per il Cardinale occorre compiere un’esperienza spirituale: discernere la situazione sociale ed ecclesiale della propria comunità, riscoprire i segni della presenza dell’amore del Signore in mezzo al suo popolo e rinnovare il desiderio e la volontà di testimoniare questo amore.

«Senza intima unione con Dio, senza preghiera, l’agire pastorale della Chiesa non può essere né autentico né fecondo», ha ribadito l’Arcivescovo. Al lettore attento, prendendo tra le mani il testo del nuovo piano pastorale, non sfuggirà che il titolo principale è rimasto uguale a quello dello scorso anno: “L’amore di Dio è in mezzo a noi”. Non si tratta di un refuso, ma è possibile avverare il sottotitolo specifico per il percorso di quest’anno, “Famiglia comunica la tua fede”, solo a partire dal riconoscimento di questa presenza, da questa consapevolezza da rinnovare e fortificare nella vita quotidiana.
Ha spiegato il cardinale Tettamanzi nell’omelia: «E’ solo la fede, ovvero il dono di Dio offerto all’uomo, offerto per amore gratuito, che fa sbocciare nel credente la responsabilità e l’irresistibile bisogno di viverla e comunicarla agli altri». La nuova tappa del “percorso” sulla famiglia non è quindi l’elenco delle iniziative da attuare per risolvere miracolosamente i problemi delle famiglie della parrocchia, ma ha alla base la consapevolezza che la pastorale familiare deve qualificarsi sempre più come pastorale della fede. Solo se è matura la fede vissuta, sarà forte la sua carica missionaria.
Per aiutare le famiglie a crescere nella fede, l’Arcivescovo di Milano ha formulato due appelli: «Anzitutto fate entrare nelle vostre case più abbondante la parola di Dio. Vi auguro che possiate essere aiutati e incoraggiati nella lettura pregata della Parola di Dio da sacerdoti, diaconi, consacrati, catechisti, amici. In secondo luogo, ogni giorno coltivate con fedeltà e generosità la preghiera coniugale e familiare».C’è una grande realtà da considerare: quella del battesimo, primo segno efficace della fede in Cristo, fondamento della vita cristiana. La richiesta di battezzare un bambino è straordinaria occasione “missionaria” e al tempo stesso una ricchezza per la fede dei genitori e del piccolo. Occorre però essere realisti: visti i tempi, questo dono è recepito con differente consapevolezza.
L’analisi del Cardinale è lucida: «Oggi non è più possibile, neppure per le famiglie sacramentalmente unite in matrimonio, presupporre che la richiesta del battesimo per i figli comporti la conoscenza di questo sacramento e di cosa significhi accompagnare la crescita del battezzato con un una testimonianza coerente di vita in famiglia. La comunità cristiana non può battezzare il piccolo e attendere che i genitori si rifacciano vivi all’inizio del cammino di catechesi in età scolare. Occorre accogliere la domanda sincera, anche se poco approfondita, dei genitori e farsi carico del loro accompagnamento prima e dopo il battesimo».
Nell’omelia ha poi accennato le linee culturali e operative da attuare. Anzitutto una stretta alleanza tra comunità cristiana e famiglie. Poi la promozione delle équipes di pastorale battesimale con la compresenza di sacerdoti, genitori, nonni, catechisti. Occorre inoltre una cura unitaria e articolata della famiglia dal momento della domanda del battesimo, nel tempo della sua celebrazione e nel periodo immediatamente seguente. Infine un preciso accompagnamento nei primi anni successivi al battesimo con rinnovata attenzione alla catechesi.
Se è il battesimo la grande “occasione” per comunicare la fede,  secondo il Cardinale occorre insieme educare all’amore, perché la testimonianza cristiana raggiunge il suo scopo quando «colui che crede nel Signore vive nell’amore di Dio e verso il prossimo. La famiglia diventa così l’ambito privilegiato per educare all’amore». Educazione all’amore che si attua anzitutto realizzando un’alta cura vocazionale: «La vita è bella perché Dio ci chiama e ci affida un compito, ha spiegato l’Arcivescovo, «e su questa vocazione fondamentale si sviluppano tutte le forme diverse per vivere nell’amore e nel dono di sé: da sposi, consacrati, laici…».
Una seconda prospettiva di educazione all’amore intende superare il diffuso “analfabetismo affettivo”. Occorre proporre una “sapienza dell’amore” che si sintetizza nella proposta della castità che – specifica il cardinal Tettamanzi citando la Familiaris Consortio – non significa rifiuto della sessualità, ma è l’energia spirituale che sa difendere l’amore dai pericoli dell’egoismo e dell’aggressività e sa promuoverlo verso la sua piena realizzazione. Il nuovo Percorso pastorale non è quindi l’elenco di compiti da svolgere, ma una ricca meditazione spirituale che chiede di interrogare i fondamenti sui quali si reggono le famiglie, i processi di educazione alla vita e alla fede dei più piccoli. Una proposta ben sintetizzata da due passaggi della preghiera recitata dall’Arcivescovo al termine dell’omelia: «O Maria, Vergine madre di Dio, da te è nato Cristo nostro Dio. Illumina le nostre famiglie e rendile consapevoli e liete del dono immenso che custodiscono perchè sappiano trasmetterlo con fiducia e speranza di generazione in generazione».

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