Lunedì della settimana della II Domenica dopo Pentecoste

Es 5, 1-9. 19 – 6, 1; Sal 113A-113B (114-115); Lc 5, 1-6

Allora Mosè si rivolse al Signore e disse: «Signore, perché hai maltrattato questo popolo? Perché dunque mi hai inviato? Da quando sono venuto dal faraone per parlargli in tuo nome, egli ha fatto del male a questo popolo, e tu non hai affatto liberato il tuo popolo!». Il Signore disse a Mosè: «Ora vedrai quello che sto per fare al faraone: con mano potente li lascerà andare, anzi con mano potente li scaccerà dalla sua terra!».  (Es 5,22-23 -6,1)

Le parole che Mosè rivolge a Dio possono suscitare molte reazioni: come è possibile che si permetta di usare un tono tanto duro? Perché arriva a rinfacciare al Signore di non aver mantenuto la sua promessa di liberazione?
Quelle parole istruiscono ogni credente sulla profondità e l’autenticità che può raggiungere il rapporto con il Signore, espresso nel dialogo con lui nella preghiera: non determinato da inutili formalità, che si limitano a lasciare il legame sulla superficie. Le parole di Mosè rivelano la grande fiducia che egli ripone nel Signore, tanto che arriva a mettere davanti a lui, con schiettezza, quelli che sono i suoi desideri più profondi e i bisogni più essenziali del popolo.
Un rapporto così sincero e adulto ottiene una risposta altrettanto forte dal Signore, che si rivela come un dono che neppure si oserebbe sperare.

Preghiamo

Perché le genti dovrebbero dire:
«Dov’è il loro Dio?».
Il nostro Dio è nei cieli:
tutto ciò che vuole, egli lo compie.

dal Salmo 113A-113B (114-115)

 

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