Martedì in albis

2Re 5,1-15a; Sal 33 (34); Rm 6,3b-4; Gv 5,1-9b

A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. (Gv 5,2-3)

La guarigione non è solo un problema fisico, ha una dimensione spirituale. L’evangelista Giovanni, descrivendoci il luogo dove avviene il miracolo della guarigione del paralitico, afferma innanzitutto la misericordia di Dio per l’umanità. Il nome stesso della piscina significa “casa della misericordia”; essa si trova vicino alla porta delle pecore, dove venivano fatti passare gli animali per il sacrificio nel tempio. La piscina ha cinque portici: un riferimento simbolico alla legge, cioè ai cinque libri della Torah, sotto i quali stavano molte persone ammalate. Gesù guarisce, usa misericordia, rimette in piedi, apre alla vita il paralitico, non l’opprime con regole o fardelli. Compie la sua opera senza che questa sia richiesta: Gesù porta a compimento la creazione del Padre, addirittura lo fa nel settimo giorno, giorno conclusivo dell’opera. Cosa deve fare l’umanità sofferente per guarire? Lasciarsi guardare da Dio, lasciarsi amare dall’amore misericordioso e provvidente che intervenendo manifesta la sua identità.

Preghiamo

Ai figli che ti implorano dona, o Padre di misericordia,
di assimilare nella fede il sacramento pasquale
e di attendere nella speranza la gioia del tuo regno eterno.

(dalla liturgia)

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