Dn 2,26-35; Sl 97 (98); Fil 1,1-11; Lc 2,28b-32

«Simeone lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». (Lc 2,28b-32)

Nella tipologia dei testimoni, che Luca tratteggia nel suo Vangelo, Simeone è una figura importante, anche se esce dall’ombra solo per poco. La sua funzione è di riconoscere il Messia e di indicarlo pubblicamente. È questo il prezioso compito che a lui è affidato.
La speranza che anima Simeone è proprio un dono dello Spirito, così come lo è la sua capacità di vedere oltre, di saper riconosce il Messia anche dove i segni esteriori dicono il contrario. È importante allora saper accogliere innanzitutto il messaggio che da soli non saremmo mai in grado di riconoscere. È necessario affidarci allo Spirito che ci aiuta a individuare i segni di Gesù che vive accanto a noi e che ci indica ogni giorno. Da rilevare nel testo i verbi usati nella preghiera di Simeone: i verbi non sono più al futuro (vedranno), ma al passato (hanno visto) perché Gesù è la compiutezza della speranza.

Preghiamo

Tutte le genti che hai creato verranno
e si prostreranno davanti a te, Signore,
per dare gloria al tuo nome.
Grande tu sei e compi meraviglie:
tu solo sei Dio.
    (dal Sal 85)

[da: Stranieri e pellegrini – Il cammino, l’attesa, l’ospitalità – Avvento e Natale 2018, Centro Ambrosiano]

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