SABATO 7 MAGGIO
 

 

Ct 5,9-14.15c-d.16c-d / Sal 18 (19); 1Cor 15,53-58; Gv 15,1-8

 

«Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me». (Gv 15,4)

 

La metafora che Gesù elabora, anche se ormai per lo più lontana dal nostro vissuto ordinario e dal nostro ambiente, è efficace e suggestiva: descrive il legame tra noi e lui, tra noi e il Padre. Gesù prende dal contesto agricolo l’immagine della vite e dei tralci: lui è la vite, noi i tralci, Dio l’agricoltore. Naturalmente tutti e tre sono strettamente connessi tra loro ed è impensabile pensarli divisi. Ma come si caratterizza questa comunione? Gesù usa il verbo “rimanere”. Non esprime certamente uno stare fermi, un essere lì, immobili, ma dice una comunione vitale ed un legame sincero.

Il “rimanere” uniti a lui è condizione di sopravvivenza, ma, ancora una volta, non soltanto questo: è la condizione di una vita che porta frutto e che, quindi, è preziosa non solo per noi ma anche per chi ci incontra. Senza un’esistenza di comunione tra noi e con il Signore i nostri giorni rischiano l’inutilità e il vuoto; i nostri sforzi sono vani; il nostro destino è la perdizione. Nell’unità si trovano speranza e gioia.

 

 

Preghiamo

 

Tu, o Signore, sei la nostra linfa vitale,

e noi ti rendiamo grazie.

Vogliamo restare aggrappati a te, ogni giorno,

affinché la nostra vita porti frutti preziosi per il mondo.

 


[da: La Parola ogni giorno. La sapienza è uno spirito che ama l’uomo, Pasqua 2016, Centro Ambrosiano, Milano]

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