Ez 37,15-22a; Sal 88 (89); Os 11,7-11; Mt 22, 23-33  

«Quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Non è il Dio dei morti, ma dei viventi. La folla, udendo ciò, era stupita dal suo insegnamento». (Mt 22,31-33)

Che cosa sarà dell’uomo dopo la morte? È il problema fondamentale dell’esistenza. Se la vita presente è tutto, se non c’è speranza dopo la morte, è chiaro che tutto è perso e in modo definitivo. Se il dialogo d’amore con le persone finisce per sempre, l’amore non è più il fulcro della vita, tutto non ha significato e valore. La domanda posta dai sadducei non era così marginale. La risposta è categorica: ogni soluzione sarebbe temporanea e sarebbe continuamente smentita se Dio non amasse davvero il mondo. Il suo amore sarebbe per noi un’illusione se ci venisse a mancare nel momento della nostra salvezza. Non potrebbe chiamarsi Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, e di tanti che ci hanno preceduto, se questi non fossero più che un nome vuoto. Dio è un Dio vivo per uomini vivi. È la sicurezza della nostra vita oggi. Da questa certezza nasce la vita e la pace, e questo significa che solo chi vive per Dio, vive davvero. Dio invita tutti gli uomini alla sua casa, perché ci ama e ci ha promesso una consolazione eterna e una speranza felice.


Preghiamo

Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre,
mio Dio e roccia della mia salvezza”.
(dal Sal 88)

[da LA PAROLA OGNI GIORNO – “ALLA SCUOLA DEL FIGLIO” , Avvento e Natale 2017, Centro Ambrosiano]

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