At 13, 13-42; Sal 88; Gv 7, 14-24

 

Quando ormai si era a metà della festa, il signore Gesù salì al tempio e si mise a insegnare. I Giudei ne erano meravigliati e dicevano: “Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?”. (Gv 7)

 

 

In questa giornata, definita già nella tradizione giudaica  ‘a metà della Festa’, cioè a metà del tempo che compone la grande festa tra Pasqua e Pentecoste, la prima lettura ci presenta il grande discorso di Paolo nella sinagoga di Antiochia in Pisidia, dove si era recato con alcuni compagni per annunciare quanto vissuto con Gesù. Un grande discorso che ripassa tutta la storia del popolo di Israele lungo la quale i profeti hanno annunciato la venuta del Messia, nella discendenza del re David, quale salvatore del popolo. “Fratelli, figli della stirpe di Abramo, e quanti tra voi siete timorati di Dio, a noi è stata mandata la parola di questa salvezza”. E con la resurrezione è dato il perdono dei peccati.

Il vangelo di Giovanni riporta le parole di Gesù che si assume il compito di spiegare le scritture profetiche che predicono l’insegnamento del Messia. “La mia dottrina non è mia – dice Gesù – ma di colui che mi ha mandato” e richiama al senso della giustizia, del timore di Dio e del riconoscere il bisogno dell’altro come primo motivo di azione per ogni fedele a Dio.

 

Preghiamo col Salmo

 

Canterò in eterno l’amore del Signore,

di generazione in generazione

farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà,

perché ho detto: «È un amore edificato per sempre;

nel cielo rendi stabile la tua fedeltà».

 

 

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