VI Domenica dopo il Martirio di san Giovanni il Precursore

Gb 1, 13-21; Sal 16 (17); 2Tm 2, 6-15; Lc 17, 7-10

Allora Giobbe si alzo e si straccio il mantello; si rase il capo, cadde a terra, si prostro e disse: «Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!».  (Gb 1,20-21)

Le parole di Giobbe sono la sintesi della sua fede salda: egli vive benedicendo il Signore, non tanto perché gli concede un potere usato con capriccio, facendo sì che qualche volta si possa godere della sua benevolenza e qualche altra soffrire, come se agli esseri umani non restasse altro che accettare un Dio volubile. Quanto esprime Giobbe è ben di più: egli è pieno di dignità perché sa porsi al cospetto del Signore e riconoscere che il suo nome è benedetto, innanzitutto perché tutto è suo dono, a partire dall’esistenza ricevuta.
Quella benedizione nei confronti del Signore può essere quella di ogni cristiano, nella misura in cui si scopre che tutto il Signore ha donato, fino alla vita del Figlio che si è fatto servo dell’umanità per salvarla.

Preghiamo

Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio;
tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole,
mostrami i prodigi della tua misericordia,
tu che salvi dai nemici chi si affida alla tua destra.

Dal Salmo 16 (17)

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