Mercoledì della settimana della II domenica dopo Pentecoste

Es 17, 8-15; Sal 120 (121); Lc 5, 33-35

Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk. Poiché Mosè sentiva pesare le mani, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. (Es 17,11-12)

Mosè, colui che ha il compito di essere mediatore tra il Signore e il popolo perché il popolo giunga alla liberazione, non vive il suo ruolo agendo in battaglia, bensì intercedendo nella preghiera. Il suo gesto, alzare le mani verso il Signore, è il gesto decisivo che determina la vittoria. Non si tratta tanto di pensare che il Signore agisca a comando, piuttosto di considerare le priorità: ogni azione, ogni impresa, riesce nella misura in cui il Signore ne è il punto di riferimento. La possibilità di pregare e riconoscere il Signore interlocutore di ogni momento della vita è un dono da custodire perché consente di non ritenersi artefici della propria esistenza, bensì di gioire per il fatto di averla ricevuta.

Preghiamo

Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra.

Dal Salmo 120 (121)

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