Giovedì 18 maggio

 

 

At 17,1-15; Sal 113B (115); Gv 12,37-43

 

Tuttavia anche tra i capi molti credettero in lui, ma, a causa dei farisei, non lo dichiaravano, per non essere espulsi dalla sinagoga. Amavano infatti la gloria degli uomini più che la gloria di Dio (Gv 12,42-43).

 

L’evangelista Giovanni rivela che alcuni fra i capi avevano aderito a Gesù. Tuttavia tale adesione rimaneva nascosta, segreta, semplicemente per paura di essere espulsi dalla sinagoga. Siamo nel tempo in cui comunità cristiana e comunità ebraica sono ancora molto vicine. I cristiani sono ebrei che credono in Gesù e si sentono di appartenere pienamente alla comunità giudaica d’origine. Nulla infatti dell’esperienza cristiana contraddice la fede d’Israele. Dall’altra parte si erige un muro: chi crede in Gesù è messo ai margini e poi scomunicato. Ma proprio qui si distingue l’autentico credente che si espone, che assume le proprie responsabilità, anche a prezzo dell’isolamento e l’opportunista che tiene il piede in due scarpe e non si decide mai seriamente per Gesù. Tale pericolo riguarda il credente di ogni tempo, sempre minacciato di incoerenza per opportunismo, per desiderio di piacere alla cultura del tempo, per assimilazione alla mentalità dominante. Da tale pericolo occorre guardarsi con vigilanza per testimoniare con coerenza la propria fede.    

 

Preghiamo

 

Signore Gesù,

rischiamo sempre di adattarci al pensiero dominante,

preferendo altre logiche alla tua.

Rendici saldi nella fede

per non avere timore di testimoniarti laddove viviamo.

 

 

[da: La Parola ogni giorno. L’esistenza “in Cristo”, Quaresima e Pasqua 2017, Centro Ambrosiano, Milano]

 

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