Martedì 2 maggio

 

 

At 5,34-42; Sal 26 (27); Gv 5,31-47

 

Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole? (Gv 5,45-47).  

 

La polemica fra Gesù e alcuni Giudei si fa violenta. Gesù risponde a chi lo vuole accusare, rimandando a Mosè. Quasi a dire che l’ascolto attento della rivelazione attestata nell’Antico Testamento (Mosè era ritenuto l’autore della Torah, cioè del Pentateuco) conduce ad accogliere la manifestazione di Gesù. Non bisogna intendere questa forte presa di posizione di Gesù come un atto di accusa al mondo ebraico. Purtroppo nella storia questo è avvenuto infinite volte. Gli ebrei sono stati accusati di deicidio e si è imposta nella Chiesa la teoria della sostituzione: il posto che era d’Israele è stato preso dalla comunità cristiana. Grazie a Dio questa idea teologica è stata bandita dal Concilio Ecumenico Vaticano II. Sicché Gesù si rivolge a “quei” Giudei e li sprona, con un linguaggio indubbiamente forte, a credere in lui, mostrando che tale fede è in continuità con quella richiesta a ogni israelita che ascolta le parole di Mosè. Per il cristiano un forte invito a considerare la rivelazione attestata nell’Antico Testamento come una parola ispirata e ispirante, senza la quale non si comprende Gesù.

 

Preghiamo

 

Padre, apri il nostro cuore

per comprendere il mistero del Figlio tuo

che si rivela a noi per mezzo della Sacra Scrittura.

Illumina la nostra mente perché possiamo ascoltare

e mettere in pratica la Parola di vita.

 

 

[da: La Parola ogni giorno. L’esistenza “in Cristo”, Quaresima e Pasqua 2017, Centro Ambrosiano, Milano]

 

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