Ez 13,1-10; Sal 5; Sof 3,9-13; Mt 17,10-13

 

«Sii attento alla voce del mio grido, o mio re e mio Dio, perché a te, Signore, rivolgo la mia preghiera».        (Sal 5)

 

Leggendo il salmo 5 potremmo chiederci: e se queste parole fossero rivolte a me oggi da una persona in difficoltà che confida nella mia capacità di ascolto e di aiuto, che cosa potrei rispondere e fare? Non possiamo restare a guardare. Il timore di non saper rispondere, di essere espugnati nelle nostre certezze o indifferenze, rischia di farci stare un passo indietro rispetto a chi chiede aiuto. E così dimentichiamo che un saluto, uno sguardo può restituire dignità all’altro, farlo sentire persona. Rischiamo di sottrarre all’altro anche il minimo riconoscimento umano nel timore che ci possa chiedere di più, troppo. Mettersi nei panni dell’altro potrebbe essere un esercizio utile per capire quanto è grande la misericordia di Dio verso ciascuno di noi, quanto sia di vitale importanza un gesto di carità nel momento del bisogno o dello sconforto. La luce di un faro che illumina il nostro percorso e le nostre relazioni.

 

Preghiamo

 

Porgi l’orecchio, Signore, alle mie parole:

intendi il mio lamento.

Sii attento alla voce del mio grido, o mio re e mio Dio,

perché a te, Signore, rivolgo la mia preghiera.

Al mattino ascolta la mia voce;

al mattino ti espongo la mia richiesta

e resto in attesa.

        (dal Sal 5)

 

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