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Anno 2- n. 28/2006
15-21 luglio


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in data 15.12.2004

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ATTUALITĄ
Il conflitto tra Israele e Libano getta nel caos l'intera regione

MEDIO ORIENTE, SEMPRE PIŁ BUIO

Il conflitto israelo-palestinese ha segnato un aggravamento con l'apertura del fronte nel Sud del Libano, dove nei giorni scorsi milizie Hezbollah avevano catturato due soldati israeliani, provocando la durissima reazione di Israele che ha bombardato Beirut.


di Daniele Rocchi

Il 13 luglio la Santa Sede ha reso noto il tema della 40° Giornata mondiale della pace (1 gennaio 2007): «Persona umana: cuore della pace».
Nello stesso giorno il conflitto israelo-palestinese ha segnato un aggravamento con l'apertura del fronte nel Sud del Libano, dove nei giorni scorsi milizie Hezbollah avevano catturato due soldati israeliani. Una coincidenza singolare, quanto fortuita, che ripropone l'impegno della Chiesa «nella prospettiva di un umanesimo integrale e solidale tendente allo sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini».

Del conflitto in corso, che sta provocando danni e vittime anche tra le popolazioni civili, ne abbiamo parlato con l'esperto in Medio Oriente, padre David Maria Jaeger.

Quali conseguenze porterà il fronte libanese nella difficile situazione della regione?
Stiamo assistendo a un aumento qualitativo di gravità. Israele ritiene di essere stato aggredito, non più da un'organizzazione militante, Hezbollah, ma dallo stesso Stato libanese, ed è deciso di rispondere in base a questa valutazione. Non gli mancano gli argomenti per questo giudizio: Hezbollah, infatti, si ribadisce in Israele, è parte integrante delle istituzioni, compresa la rappresentanza parlamentare. Lo Stato libanese, inoltre, non ha voluto prendere il controllo sul Sud del Paese, confinante con Israele, e lo ha effettivamente consegnato nelle mani di Hezbollah. Più volte l'Onu, gli Stati Uniti e l'Europa, hanno esigito, invano, dallo Stato libanese di disarmare Hezbollah, che viene finanziato e rifornito dall'Iran, e di riprendersi il controllo del Sud. Ora, dicono gli israeliani, se non si decide in extremis di affermare la propria sovranità rispetto a questa organizzazione armata (che sarebbe al servizio di uno Stato straniero, votato alla distruzione dello Stato ebraico) il Libano rischia di veder reso vano tutto il faticoso, costoso e speranzoso lavoro di ricostruzione degli ultimi 20 anni. Il primo ministro Olmert, con passato nella destra nazionalista, sembra essere quasi l'unica voce moderata promettendo reazioni dolorose, ma misurate.

Chi è destinato a soccombere?
I palestinesi, sono i grandi perdenti dall'iniziativa bellica di Hezbollah che ha distolto l'attenzione dall'emergenza umanitaria a Gaza, e potrebbe aver deragliato i negoziati mezzo-segreti miranti, non solo al rilascio del caporale Gilad Shalit, ma anche a un cessate-il-fuoco generale nella Striscia di Gaza e dintorni, al rilascio di un numero imprecisato di detenuti palestinesi, e a un pur modesto spiraglio di tempi alquanto migliori. In ogni caso, anche se, al termine dell'attuale, ennesimo scontro armato su più fronti, si arrivasse al rilascio di detenuti palestinesi in cambio dei soldati israeliani catturati, il merito sarà rivendicato da Hezbollah, e non più dal governo palestinese, che fa capo ad Hamas. Nessuno ci perde più di Hamas, che oramai rischia di essere aggirato e superato da formazioni ancor più militanti, sperava nella liberazione dei prigionieri per potersi accreditare di nuovo presso la strada palestinese.

Cosa può fare il presidente Abu Mazen?
Il presidente Abbas (Abu-Mazen) sembrerebbe oramai ridotto quasi all'impotenza. Forse non tanto come si pensa, visto che ancora dispone di (relativamente) formidabili forze di sicurezza, che si è solo astenuto da invocare. Ma non vi è dubbio che, soprattutto per lui, l'ipotesi dell'auto-scioglimento dell'Autorità palestinese deve essere molto attraente. In fondo, l'Autorità palestinese (Anp) è stata creata dagli accordi di Oslo soltanto come struttura interinale per amministrare temporaneamente alcune porzioni dei Territori Occupati, in attesa dell'accordo di pace definitivo Israele-Palestina, allora previsto per il 1999, e poi rimandato al 2000. Dichiarare la fine dell'Anp, inoltre, libererebbe il campo dall'ambiguo rapporto tra l'Olp e l'Anp, e restituirebbe pienamente all'Olp il suo ruolo formale, mai disdetto, di unico rappresentante legittimo del popolo palestinese sulla scena internazionale, competenza riconosciutagli da tutti, compreso, dal 1993, Israele. L'autoscioglimento dell'Anp, poi, annullerebbe di fatto il significato formale della recente vittoria elettorale di Hamas, ed eserciterebbe enorme pressione su Israele per riprendere i negoziati di pace con Abu-Mazen e con l'Olp, che egli presiede.

Giudica possibile una tregua in questa fase?
Le tregue sono sempre possibili, e nella storia di questo conflitto multiplo sono sempre avvenute. L'unica vera via d'uscita è la pace, che richiede, come ha detto il Papa nell'Angelus del 29 giugno, non solo la buona volontà dei governi nazionali interessati, ma anche il generoso contributo della comunità internazionale. Ora, più che mai spetta a quest'ultima mobilitarsi, operare saggiamente e instancabilmente per accompagnare le nazioni così provate nel cammino verso la pace giusta e duratura.


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