Settimanale registrato presso il Tribunale di Milano al numero 848 in data 15.12.2004
Direttore Responsabile Claudio MAZZA
ATTUALITĄ
Il conflitto tra Israele e Libano getta nel caos l'intera regione
MEDIO ORIENTE, SEMPRE PIŁ BUIO
Il conflitto israelo-palestinese ha segnato un aggravamento con
l'apertura del fronte nel Sud del Libano, dove nei giorni scorsi milizie
Hezbollah avevano catturato due soldati israeliani, provocando la
durissima reazione di Israele che ha bombardato Beirut.
di
Daniele Rocchi Il 13 luglio la Santa Sede ha reso noto il tema
della 40° Giornata mondiale della pace (1 gennaio 2007): «Persona umana:
cuore della pace». Nello stesso giorno il conflitto
israelo-palestinese ha segnato un aggravamento con l'apertura del fronte
nel Sud del Libano, dove nei giorni scorsi milizie Hezbollah avevano
catturato due soldati israeliani. Una coincidenza singolare, quanto
fortuita, che ripropone l'impegno della Chiesa «nella prospettiva di un
umanesimo integrale e solidale tendente allo sviluppo di tutto l'uomo e di
tutti gli uomini».
Del conflitto in corso, che sta
provocando danni e vittime anche tra le popolazioni civili, ne abbiamo
parlato con l'esperto in Medio Oriente, padre David Maria Jaeger.
Quali conseguenze porterà il fronte libanese nella difficile situazione della
regione? Stiamo assistendo a un aumento qualitativo di gravità.
Israele ritiene di essere stato aggredito, non più da un'organizzazione
militante, Hezbollah, ma dallo stesso Stato libanese, ed è deciso di
rispondere in base a questa valutazione. Non gli mancano gli argomenti per
questo giudizio: Hezbollah, infatti, si ribadisce in Israele, è parte
integrante delle istituzioni, compresa la rappresentanza parlamentare. Lo
Stato libanese, inoltre, non ha voluto prendere il controllo sul Sud del
Paese, confinante con Israele, e lo ha effettivamente consegnato nelle
mani di Hezbollah. Più volte l'Onu, gli Stati Uniti e l'Europa, hanno
esigito, invano, dallo Stato libanese di disarmare Hezbollah, che viene
finanziato e rifornito dall'Iran, e di riprendersi il controllo del Sud.
Ora, dicono gli israeliani, se non si decide in extremis di affermare la
propria sovranità rispetto a questa organizzazione armata (che sarebbe al
servizio di uno Stato straniero, votato alla distruzione dello Stato
ebraico) il Libano rischia di veder reso vano tutto il faticoso, costoso e
speranzoso lavoro di ricostruzione degli ultimi 20 anni. Il primo ministro
Olmert, con passato nella destra nazionalista, sembra essere quasi l'unica
voce moderata promettendo reazioni dolorose, ma misurate.
Chi è
destinato a soccombere? I palestinesi, sono i grandi perdenti
dall'iniziativa bellica di Hezbollah che ha distolto l'attenzione
dall'emergenza umanitaria a Gaza, e potrebbe aver deragliato i negoziati
mezzo-segreti miranti, non solo al rilascio del caporale Gilad Shalit, ma
anche a un cessate-il-fuoco generale nella Striscia di Gaza e dintorni, al
rilascio di un numero imprecisato di detenuti palestinesi, e a un pur
modesto spiraglio di tempi alquanto migliori. In ogni caso, anche se, al
termine dell'attuale, ennesimo scontro armato su più fronti, si arrivasse
al rilascio di detenuti palestinesi in cambio dei soldati israeliani
catturati, il merito sarà rivendicato da Hezbollah, e non più dal governo
palestinese, che fa capo ad Hamas. Nessuno ci perde più di Hamas, che
oramai rischia di essere aggirato e superato da formazioni ancor più
militanti, sperava nella liberazione dei prigionieri per potersi
accreditare di nuovo presso la strada palestinese.
Cosa può fare
il presidente Abu Mazen? Il presidente Abbas (Abu-Mazen)
sembrerebbe oramai ridotto quasi all'impotenza. Forse non tanto come si
pensa, visto che ancora dispone di (relativamente) formidabili forze di
sicurezza, che si è solo astenuto da invocare. Ma non vi è dubbio che,
soprattutto per lui, l'ipotesi dell'auto-scioglimento dell'Autorità
palestinese deve essere molto attraente. In fondo, l'Autorità palestinese
(Anp) è stata creata dagli accordi di Oslo soltanto come struttura
interinale per amministrare temporaneamente alcune porzioni dei Territori
Occupati, in attesa dell'accordo di pace definitivo Israele-Palestina,
allora previsto per il 1999, e poi rimandato al 2000. Dichiarare la fine
dell'Anp, inoltre, libererebbe il campo dall'ambiguo rapporto tra l'Olp e
l'Anp, e restituirebbe pienamente all'Olp il suo ruolo formale, mai
disdetto, di unico rappresentante legittimo del popolo palestinese sulla
scena internazionale, competenza riconosciutagli da tutti, compreso, dal
1993, Israele. L'autoscioglimento dell'Anp, poi, annullerebbe di fatto il
significato formale della recente vittoria elettorale di Hamas, ed
eserciterebbe enorme pressione su Israele per riprendere i negoziati di
pace con Abu-Mazen e con l'Olp, che egli presiede.
Giudica
possibile una tregua in questa fase? Le tregue sono sempre
possibili, e nella storia di questo conflitto multiplo sono sempre
avvenute. L'unica vera via d'uscita è la pace, che richiede, come ha detto
il Papa nell'Angelus del 29 giugno, non solo la buona volontà dei governi
nazionali interessati, ma anche il generoso contributo della comunità
internazionale. Ora, più che mai spetta a quest'ultima mobilitarsi,
operare saggiamente e instancabilmente per accompagnare le nazioni così
provate nel cammino verso la pace giusta e duratura.