L'orfanotrofio, sorto nel 2005, è gestito dalle Suore di Maria Bambina e ospita oggi 80 ragazze che hanno perso la madre per l’Aids o non hanno nessuno che si prende cura di loro

di Luisa BOVE
Inviata in Zambia

In Zambia non esistono molti orfanotrofi. Dal centro al nord del Paese sono solo due (a Lusaka, la capitale, e a Kafue) e, quando un bambino rimane orfano, altri familiari o i vicini di casa si prendono cura di lui: questo è normale e appartiene alla cultura africana. Ma le Suore di Maria Bambina a Chirundu il problema se lo sono posto, quando diverse donne sieropositive, che arrivavano troppo tardi in ospedale, morivano lasciando soli i loro figli. Così nel 2000, in occasione del Giubileo, a pochi passi dal Mtendere Mission Hospital è sorto l’orfanotrofio Mudzi wa moyo (Villaggio della vita), gestito da suor Anna, di origine italiana, suor Agata (maltese) e suor Sheela (zambiana).

Negli anni scorsi la piaga dell’Aids ha seminato morte e a perdere la vita, spiega suor Agata, non erano più solo le madri, ma anche le nonne: così capitava che i figli venissero seguiti dai bisnonni di 60-70 anni, finché c’è la facevano. Oggi l’orfanotrofio ospita 80 ragazze dai 3 ai 18-19 anni: c’è chi viene accolta per un periodo breve (12 mesi) e chi si ferma anche 10 anni. Naturalmente tutte le bambine vanno a scuola, fanno i compiti, frequentano l’oratorio e vivono una vita intensa iniziando a prendersi piccole responsabilità. Quelle affette dal virus Hiv sono ben assistite dal punto di vista sanitario: ricevono tutte le cure necessarie dal vicino ospedale e apprendono piccole attenzioni da avere nella vita quotidiana.

«Le ragazze vivono nelle casette divise in cinque comunità insieme a una “mamma” – dice suor Agata -. Si tratta di vedove che vengono a vivere qui e tornano a casa per 20-25 giorni all’anno di ferie». In ogni piccola famiglia ci sono 16 ragazze di età mista. «Finché sono piccole non ci sono grossi problemi, ma quando crescono sono più difficili da gestire», ammette la religiosa. Alcune ragazze hanno bisogno di un supporto, che ricevono direttamente da suor Sheela: la sua presenza è preziosa, non solo perché è psicologa, ma anche perché, essendo africana, è in grado di conoscere e comprendere le tradizioni culturali delle tribù di appartenenza delle piccole ospiti. Arrivano tutte dalla provincia di Chirundu, ma le differenze ci sono e vanno rispettate.

Con turni di una settimana ciascuna, ogni “mamma” cucina per tutti, ma a pranzo si mangia a orari diversi, perché le lezioni sono in tre momenti differenti della giornata; la sera, invece, le bambine si riuniscono in famiglia attorno alla “mamma”. Le bambine tengono in ordine le loro cose, al mattino fanno le pulizie e nel tempo libero si occupano del giardino e del grande orto dove coltivano rape, zucche, verze, pomodori, cipolle, banane… Sono una bella risorsa, anche perché lo Stato non finanzia l’orfanotrofio, che resta quindi a carico delle Suore di Maria Bambina, tuttavia attraverso le donazioni delle adozioni a distanza riescono a mandare a scuola tutte le ragazze. A gestire il grande lavoro delle adozioni è Rosi Camera, una bergamasca che ha sposato la causa dell’orfanotrofio e che si prende cura di Joseph, un ragazzino di 9 anni, spastico e affetto da Hiv, che ha perso la mamma quando aveva tre mesi e da allora vive nella gast house a due passi dal convento delle suore.

Alcune ragazze sono quindi figlie delle donne colpite inesorabilmente dal virus dell’Hiv, altre vengono portate dai parenti anziani, altre ancora sono segnalate dalle donne dei villaggi. quando nessuno riesce a prendersi cura di loro: in alcuni casi non sono neppure orfane, ma abbandonate a loro stesse. Tutte vengono accolte, senza distinzione di appartenenza tribale o religiosa. Le suore garantiscono loro una vita sana, un ambiente pulito, educazione, istruzione… Poi, una volta cresciute, lasciano l’orfanotrofio per farsi una vita. A volte una gravidanza inattesa sconvolge i piani e le ragazze interrompono gli studi, ma le religiose cercano con fantasia di trovare una soluzione per offrire alle giovani mamme nuove opportunità per poter realizzare i loro sogni. Non c’è dubbio: le Suore di Maria Bambina seminano a piene mani nella speranza che la vita per tutte sia il più dignitosa possibile. Poi le affidano al buon Dio perché continui a prendersi cura di loro, anche oltre il cancello del Villaggio della vita.

Info: redazioneweb@suoredimariabambina.org; www.suoredimariabambina.org/

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