5.08.2016

Lo sport rappresenta bene questo desiderio di felicità: felicità è una mèta da conquistare, una vera sfida continua con se stessi. A volte sono necessari anche anni per guadagnare una sola manciata di secondi. Lo sport mette insieme premio finale e lavoro quotidiano, la costanza di uno stile di vita con momenti di sprint totale. Lo sport parla plurale: anche negli sport singoli si partecipa in squadra, perché si può essere felici solo in una comunità. Insomma, ci si allena per vincere e si vince allenandosi sempre di più e meglio.

 

Il giovane ricco

La pagina evangelica che accompagna il cammino di questo anno di pastorale giovanile è il racconto dell’incontro tra Gesù e un giovane, a cui le tante ricchezze materiali non avevano spento il desiderio di pienezza (cf Mt 19,16-22).

Bisogna ricordare che anche i tanti ragazzi che si avvicinano alle nostre società sportive non lo fanno solo ricercando un semplice svago ma, sottesa al loro desiderio di fare sport, c’è la richiesta di poter imparare qualcosa per la vita. C’è la ricerca di un bene che permetta di vivere bene e felici. Non importano il talento o l’età: la felicità è una chiamata per tutti.

Dobbiamo assumere il monito del nostro Arcivescovo che, parlando agli sportivi nel Giubileo vissuto insieme, ricordava che “se l’esistenza non ha una direzione e un significato, tutto perde di valore”. Sarebbe poca cosa occuparsi di sport dimenticando la vita intera dei nostri ragazzi.

Per fare questo vogliamo raccogliere qualche indicazione che viene dal comportamento di Gesù con il giovane ricco.

 

Allenatori e dirigenti

Anzitutto un invito agli allenatori e ai dirigenti a essere accoglienti, ad avere tempo e energie da dedicare ai ragazzi. Non solo per l’allenamento ma per ascoltarli e parlare con loro. Negli anni dell’adolescenza e della giovinezza “Voi siete di fatto i più importanti educatori della nostra comunità giovanile, molto più dei professori, dei maestri, dei genitori”.  (Card. Scola) Gli atleti devono trovare degli interlocutori veri, ai quali poter comunicare i propri interrogativi e, nel medesimo tempo, sentirli anche come persone dalle quali può venire qualche risposta significativa: “I ragazzi guardano continuamente a voi. Dovete essere uomini e donne veri, vivere lo sport come costruzione intera dell’umano, come aspetto che unifica. Questa responsabilità, dai campioni alla base, riguarda ciascuno, perché attraverso lo sport passa la capacità di relazione”. (Card. Scola)

 

Comunità educante

Nella versione dell’evangelista Marco si dice che Gesù “fissatolo, lo amò”. L’incontro è carico di passione e non di freddezza, di superficialità o di pregiudizio. C’è un amore che affronta il giovane per quello che è, nella sua singolarità. E’ giusto che ogni educatore, a partire da chi è responsabile dell’oratorio, comprenda che ogni ragazzo è amato dal Signore. Quello che Gesù ha fatto nei confronti del giovane ricco, lo fa nei confronti di ogni giovane: ama ogni singolarità, per quella che è, per ciò che può dare. Questa osservazione può contrastare il comune modo di pensare di chi ritiene che solo alcuni possano essere soggetti delle cure educative dei nostri ambienti. La pagina evangelica ci ricorda che il Signore è all’opera con il suo amore e ci chiama a essere suoi collaboratori. Questo significa guardare ogni ragazzo che si avvicina all’oratorio, a volte solo per fare sport, con lo sguardo che non si ferma unicamente ai singoli dettagli (magari facendosi deviare) ma guarda la persona intera. La persona, che sta vivendo una fase della vita estremamente importante, per capire fino in fondo la sua realtà e decifrare i tanti frammenti della sua esistenza.

 

Società sportiva

L’amore rende capaci di proporre il bene. Infatti, Gesù al suo interlocutore dice: “Seguimi”. L’incontro è propositivo come lo può essere quello della società sportiva nei confronti dei suoi atleti. Occorrono coraggio e fiducia, pur nella lucida consapevolezza che non sempre si ottengono i risultati sperati.

Proporre significa fare in modo che ogni atleta possa incontrare allenatori o dirigenti, che non sono il vuoto, l’assenza, la superficialità, l’impedirsi di fare qualsiasi proposta in nome di un risultato o della libertà personale, ma hanno qualcosa da dire e delle regole da far rispettare, che hanno un parere su ciò che conta nella vita e un quadro di valori di riferimento.

Proporre significa dire ai ragazzi, soprattutto con la propria testimonianza, che si sa qualcosa di come è impastata la vita, delle sofferenze e delle lotte che l’accompagnano, dei sacrifici che vengono richiesti da ciò che di più bello e più valido si nasconde nell’esistenza umana.

Proporre significa far comprendere, attraverso l’esperienza dello sport, che la vita è un dono continuo da condividere con gli altri, aprendoci alla novità che ogni incontro porta con sé. L’impegno a dare il meglio di sé in campo diventa un invito a fare dono di se stessi agli altri in ogni partita che la vita richiede.

 

Alcuni suggerimenti

Tra le varie iniziative che ogni società sportiva può attivare per compiere la propria missione educativa ci permettiamo di suggerirne due che possono rivelarsi utili al cammino di questo anno:

 

1.La prima è l’impegno a vivere un allenamento in più: “Si tratta di un allenamento particolare. Niente spogliatoio, nessun palleggio, né partitella, né doccia. Ci si ritrova al campo e - insieme a tutta la squadra - si dedica il tempo di un normale allenamento (un paio d'ore...) a vivere e a compiere una "buona azione" a favore del proprio quartiere, del proprio paese, della propria Parrocchia… (andare a trovare i "vecchietti" di un ospizio del quartiere; fare i "volontari" per un giorno in associazioni del territorio; collaborare con le mense Caritas per preparare la cena e sistemare i tavoli…).

 

2.Conoscere e valorizzare la figura di due Beati particolarmente sportivi:

Pier Giorgio Frassati, che amava moltissimo la montagna. L'abilità sportiva dello scalatore è paradigma della sua spiritualità che trova sintesi nel felice slogan “Verso l'alto”, a indicare un continuo esercizio di crescita, di ricerca, di allenamento.

Alberto Marvelli, che si dedicava a tutte le discipline: il tennis, la pallavolo, l’atletica, il ciclismo, il calcio, il nuoto, la vela praticata “con un vecchio moscone arrangiato in famiglia”. Viveva lo sport non fine a se stesso, ma come “mezzo di ascesa a Dio”, come “igiene del corpo e dell’anima”.