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CUCCIAGO

...disteso su una verde collina brianzola, vicino a Cantù. Un borgo d’antica origine, senza evidenze eccezionali, forse, ma con molteplici motivi d’interesse, racchiuso idealmente tra due chiese...

NOTIZIE UTILI  - Cucciago (Co) si trova a pochi chilometri da Cantù: da Milano è raggiungibile prendendo l’autostrada A9 in direzione Como o la superstrada Milano-Meda; da Bergamo si può percorre la strada statale 342.
La chiesa parrocchiale dei Santi Gervaso e Protaso è aperta negli orari consueti. Per visitare il santuario della Madonna della Neve e l’adiacente chiesa di San Vincenzo è invece preferibile accordarsi con la parrocchia, telefonando al numero 031.787269. Si segnala, inoltre, che per chi vuole approfondire aspetti storici e artistici di Cucciago sono disponibili diverse pubblicazioni.

Testo e foto di Luca Frigerio

Arialdo non poteva tacere. Diacono della Chiesa ambrosiana, si guardava attorno e ovunque vedeva soprusi, inganni, menzogne. Gli onesti erano derisi, i poveri schiacciati. Chi avrebbe custodito questo gregge disperso, se proprio quei pastori a cui era stato affidato erano incapaci e corrotti? Le cariche ecclesiastiche si mercanteggiavano per lo più a suon di denari, le chiese con i loro benefici venivano acquistate dal miglior offerente, e molti, tra quei sacerdoti, non avevano più alcun rispetto per la dignità del loro abito… La voce di Arialdo risuonò potente nella Milano che si era affacciata al secondo millennio, scuotendo la Lombardia tutta, raggiungendo fino la cattedra di Pietro, a Roma. Il diacono chiedeva alla Chiesa, alla sua Chiesa, una riforma dei cuori e dei costumi, un ritorno alla purezza delle origini, ricordando l’insegnamento di Ambrogio, proclamando la verità del Vangelo. Molti lo seguirono. Molti altri lo odiarono. Poi, quando alle questioni di fede si unirono le rivendicazioni politiche, si arrivò allo scontro tra gruppi, nelle piazze, davanti agli altari. Arialdo fu preso e assassinato. Ma il suo martirio non fu vano. Di tutto ciò ritroviamo memoria a Cucciago, di Arialdo paese natale, disteso su una verde collina brianzola, vicino a Cantù. Un borgo d’antica origine, senza evidenze eccezionali, forse, ma con molteplici motivi d’interesse, racchiuso idealmente tra due chiese - il santuario della Madonna della Neve da un lato, la parrocchiale dall’altro - e gravitante ancor oggi attorno alle vestigia del castello, fulcro di un centro storico recuperato in tempo e valorizzato. Cosa purtroppo non frequente in tanta parte della nostra regione. La chiesa parrocchiale, dunque. L’aspetto attuale è moderno, ma la sua fondazione data alla metà dell’XI secolo, e si deve, quasi certamente, allo stesso Arialdo che, come già aveva fatto a Milano, volle creare qui una “canonica” dove i preti avrebbero fatto vita comune, in povertà e preghiera, ispirandosi al modello ideato secoli prima da san Martino.

Anche la dedicazione ai santi Gervaso e Protaso, i martiri ritrovati e celebrati da Ambrogio, si deve probabilmente allo stesso diacono: un ulteriore, evidente segno di fedeltà alle venerabili origini della Chiesa milanese. Del passato rimangono pale e dipinti del Cinque e Seicento, di buona fattura, di scuola lombarda. Ma è il grande ciclo di affreschi degli anni Quaranta ad attirare in particolar modo la nostra attenzione. Un’opera assolutamente non comune, dovuta a due personalità non comuni: don Luciano Brambilla (il committente, l’ideatore del complesso progetto iconografico) e Giuseppe Ravanelli (l’artista, originale e inventivo, capace di interpretare modernamente la solida lezione del naturalismo lombardo).
 

campanile romanico di san Vincenzo. il centro storico con il santuario il castello.

Sulla cupola e sulle volte,... lontano da ogni tentazione oloegrafica (così facile, ahinoi, in quegli anni), si dipana il racconto della missione salvifica della Chiesa, l’annuncio del Vangelo e le risposte degli uomini. Uomini veri, donne autentiche, con tutta la loro forza, con tutte le loro debolezze. E la vita così com’è, il quotidiano con le sue gioie e i suoi dolori. Quasi un’epopea, di schietta impronta contadina, di franca parlata brianzola. Nulla di idealizzato, nulla di astratto. Ogni volto pare un ritratto, e forse lo è davvero, come quello, ben riconoscibile, dello stesso don Brambilla. Il tutto, così, a coinvolgere e far riflettere, al di là di ogni retorica. Ad Arialdo sarebbe piaciuto, ne siamo convinti. Il castello, lo si diceva, è nel cuore della vecchia Cucciago. Quel che ne resta, naturalmente. E cioè, essenzialmente, una torre quadrata, massiccia, solida, che pare vegliare ancor oggi sul borgo e sulla sua gente. Anche se alla sua ombra, fortunatamente, più non girano ronde armate, ma gruppi di bambini presi dai loro giochi, o coppie di anziani in tranquilla conversazione. E anche qui torna il ricordo di Arialdo, alla cui famiglia il castello appartenne, come tutto il contado, del resto. In un angolo, sotto l’ingresso porticato, un incontro curioso: l’immagine di due gatti, incisa su una pietra del lastricato. A ricordare, si racconta, un epiteto dialettale che nei dintorni era stato affibbiato agli abitanti di Cucciago, giocando sull’assonanza col nome del paese: scüsciagatt, cioè “schiaccia gatti”. I cucciaghesi devono essere gente di spirito, e invece di prendersela invitano i forestieri a “calpestare” i simpatici felini. Dicono che porti fortuna. Provare non fa danno… In alto, affacciato sulla valle del Seveso, il santuario della Madonna della Neve. Vi si arriva dal centro salendo una breve rampa, generosa di scorci suggestivi. Il tempio fu realizzato nella seconda metà dell’Ottocento, con un’interessante pianta ottagonale absidata: una mole notevole, che s’impone sull’abitato e che caratterizza il paesaggio attorno. E tuttavia, proprio lì accanto vi è un altro simbolo di Cucciago, meno imponente ma ancora più importante, e ben più antico: il campanile della primigenia chiesa di San Vincenzo. Una piccola, grande meraviglia. Chi ama il romanico lo sa bene. Snello, flessuoso, appartiene a una famiglia numerosa in terra brianzola, e tuttavia con ancora più carattere, ancora più poesia. Il santuario della Madonna della Neve, d’altra parte, non ebbe mai la “sua” torre campanaria. Si scavarono le fondamenta, ma poi non se ne fece niente. Forse mancarono i fondi, forse non ci fu intesa sul progetto. O forse non si volle far torto proprio allo splendido, antichissimo campanile già esistente, che è lì, fiero, ancor oggi a far bella mostra di sé.
 

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