Rito liturgico ambrosiano: così la Chiesa di Milano rivive e celebra il mistero della Salvezza
Ecco delineata per sommi capi la storia della Chiesa Ambrosiana attraverso
i più celebri tra i suoi Vescovi santi: ma altri nomi potremmo citare per
completare un quadro che dal protovescovo sant’Anatalo, di origine greca,
del secolo III, giunge oggi fino all’arcivescovo Dionigi, “secondo” di
questo nome. Lungo questa storia millenaria, ovviamente, molte cose
sono cambiate dal punto di vista ecclesiastico, civile e politico. Sul
territorio della Chiesa Ambrosiana, all’epoca di Anatalo, Dionigi I e
Ambrogio, governava l’impero romano. Poi si susseguirono i Goti, i
Bizantini, i Longobardi, i Franchi, l’impero medioevale, i Francesi, gli
Spagnoli, due volte gli Asburgo, i Piemontesi e l’unificazione nel Regno
d’Italia, fino alle vicende dei nostri giorni. Le istituzioni politiche
sono state macinate dal mutare dei tempi, mentre la Chiesa di Milano è
rimasta, con la sua ambrosianità, a dare continuità a quella porzione del
popolo di Dio retta dai “vicari” di Ambrogio che via via si sono succeduti.
E non è senza significato che tra i tesori lasciatici in eredità dai Padri,
immutato sia rimasto anche il rito liturgico per l’appunto chiamato
“ambrosiano”: quella particolare modalità, originale per
molti aspetti nell’ambito delle liturgie latine, con la quale la Chiesa di
Milano celebra e rivive il mistero di salvezza. Molte particolarità del
rito ambrosiano risalgono proprio ad Ambrogio e ancor oggi, dopo
milleseicento anni, si sono fedelmente conservate; altre si sono affermate
e stabilizzate in epoca carolingia (IX secolo) nel confronto dialettico e
complementare con la liturgia romana; una profonda revisione fu dovuta a
san Carlo nell’ambito della riforma tridentina; e ai nostri tempi la
liturgia ambrosiana si è rinnovata secondo lo spirito del Concilio
Vaticano II grazie all’opera illuminata di Paolo VI che da Arcivescovo di
Milano ne apprezzò le peculiarità e la spiritualità sottesa, e degli altri
due arcivescovi, i cardinali Giovanni Colombo e Carlo Maria Martini, con
le nuove edizioni del Messale e della Liturgia delle Ore da loro
promulgate. Ma c’è un ultimo particolare da sottolineare a questo
proposito. L’Arcivescovo di Milano gode – unico forse in Occidente, ad
eccezione del pontefice romano – della qualifica di Capo-Rito: del rito
ambrosiano è cioè custode, tutore e promotore, ma soprattutto ne è il
“liturgo” per eccellenza. In tutti gli antichi manoscritti
liturgici ambrosiani infatti non è senza significato che i testi prevedano
sempre che sia l’Arcivescovo a presiedere la celebrazione, come se fosse
in cattedrale, anche quando il libro liturgico era stato scritto per una
chiesa plebana lontana dalla città e dove normalmente sono i presbiteri a
celebrare. Viene messa così in evidenza quella comunione ecclesiale che
lega il Vescovo al suo presbiterio proprio nell’azione litur gica, e che
lega alla cattedrale, come chiesa-madre dove celebra il vescovo, ogni
chiesa dell’intera Diocesi, dove i presbiteri celebrano secondo quel rito,
antico ma sempre vivo, che da sant’Ambrogio è giunto fino a noi.
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