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UNA SENTENZA OLTRAGGIOSA CHE STRAVOLGE LA STORIA
Il commento di Marcella De Negri, figlia di uno dei fucilati Cefalonia, unica a costituirsi parte civile al processo |
Non c’è pace per i martiri di Cefalonia. Né
soprattutto giustizia. La notizia giunge dalla Baviera, con poco risalto
e qualche tardivo sussulto di indignazione: i militari italiani, in quella
fine di settembre del 1943, ormai prigionieri ed inermi,
furono fucilati dai tedeschi perché “traditori”. Una
sentenza sconcertante e oltraggiosa, con cui il tribunale di Monaco ha
archiviato il procedimento contro l’unico imputato, ancora
vivente, della strage, l’ex sottotenente della Wehrmacht
Otmar Mühlhauser, che all’epoca dei fatti comandò
uno dei plotoni di esecuzione. In spregio alle
convenzioni internazionali e a ogni codice di guerra.
di
Luca Frigerio
Gli italiani, insomma, avrebbero ricevuto quello
che meritavano… In quanto ex alleati, sostiene infatti il
procuratore generale bavarese, i nostri soldati che resistettero con le
armi alle forze tedesche si sarebbero comportati come “disertori”
, e come tali passati per le armi. «Una sentenza inaccettabile, che
stravolge la verità dei fatti e il giudizio della storia», ha
commentato indignato l’attuale ministro della Difesa Arturo Parisi
, dopo aver appreso la notizia, come ammette lui stesso, dai giornali.
Aggiungendo: «Un oltraggio ai caduti sul cui sangue abbiamo
fondato il riscatto della nuova Italia ». Parole forti, assolutamente
condivisibili.
Al processo di Monaco, tuttavia, il ministero
italiano della Difesa non c’era. Così come non c’era il
ministero degli Esteri, né nessun altro rappresentante dello Stato
. Unica a costituirsi parte civile nel procedimento contro l’ex ufficiale
tedesco, la signora Marcella De Negri, figlia del capitano
Francesco, uno dei fucilati di Cefalonia. Insieme a lei soltanto un
nipote, che vive in Brasile e che porta lo stesso nome del caduto.
All’amarezza per la sentenza, così, si è aggiunto
lo sconforto di sentirsi sola, ancora una volta, in una battaglia
per quella giustizia che il nostro Paese non ha mai voluto veramente
cercare.
Francesco De Negri, classe 1891, era
l’ufficiale più anziano presente a Cefalonia nel 1943, se
si esclude il comandante della divisione Acqui, il generale Gandin. Di
guerra ne aveva già fatta una, la prima mondiale, e aveva
combattuto anche a Caporetto. Ma non era un militare di professione.
Nella vita civile, De Negri amministrava le proprietà dei marchesi Doria
in un piccolo centro dell’alto Monferrato, a Montaldeo. «Io ho pochissimi
ricordi personali di mio padre», confida la figlia Marcella. «Allora non
avevo che cinque anni, e di lui mi sono rimasti impressi quegli stivali
alti di cuoio, che portava il giorno che venne a casa in licenza prima
di partire per la Grecia. Poi sono stati i racconti di mia madre e dei
mie fratelli a nutrirne il ricordo…».
In tutti
questi anni, la famiglia De Negri, come quasi tutte quelle delle vittime
di Cefalonia, non ha neppure avuto la consolazione di una tomba su cui
pregare. Solo l’immagine di una casetta rossa, il
luogo dove il capitano Francesco De Negri e altri 135 ufficiali italiani
furono condotti per essere giustiziati. Ammassati in una fossa, i loro
corpi furono poi riesumati dagli stessi tedeschi, avvolti col filo spinato
e gettati in mare per nascondere ogni traccia dell’eccidio.
Proprio laggiù, nel 2001, è voluto andare, come in un dolente
pellegrinaggio, l’allora presidente Ciampi, accompagnato dai
sopravvissuti e dai parenti degli ammazzati. Accanto a lui, in un
abbraccio toccante, la moglie (la più anziana in età fra i presenti) e il
figlio Enzo.
«Quello è stato un momento importante e bellissimo»,
ammette Marcella De Negri, che da 30 anni studia e analizza quei fatti. «
Ma, francamente, io ho sempre vissuto con distacco le cerimonie e gli
anniversari su Cefalonia. Con rabbia, persino, perché mi sembravano
gesti ipocriti da parte di uno Stato che invece non ha mai voluto assumersi le
proprie responsabilità nei confronti dei reduci, delle vedove e
degli orfani, e soprattutto nei confronti della storia».
Qualcuno si chiede perché, a più di 60 anni di distanza da quei fatti,
riaprire un processo e vecchie ferite. E che senso abbia chiedere la
condanna di un anziano di 84 anni, che ha campato tranquillamente come
pellicciaio in un angolo della Svevia. Per vendetta? Per odio? «No, per
ristabilire la verità», afferma la figlia del capitano De
Negri. «Per questo processo sono state raccolte tredicimila pagine
di documenti e di testimonianze, e per me è già un successo.
Ricostruire nella sua esattezza storica la vicenda di Cefalonia significa
innanzitutto lottare perché simili tragedie non accadano più.
È questa, secondo me, la giustizia».
Eppure, oggi, a
Monaco, la sentenza è stata di archiviazione… «E io
andrò avanti fino a quando mi sarà possibile, in tutti i gradi di giudizio
, confidando in quella giustizia tedesca che, non dimentichiamolo,
ha avuto comunque il coraggio di iniziare questo procedimento»,
conclude Marcella De Negri. «Lo devo alla memoria di mio padre e a
quanti sono morti a Cefalonia».
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