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Anno 2- n. 38/2006
21 - 27 ottobre


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registrato presso
il Tribunale di Milano
al numero 848
in data 15.12.2004

Direttore
Responsabile
Claudio MAZZA
ARTE & CULTURA
Francesco de Negri con la moglie e con la figlia Marcella.
Il capitano Francesco De Negri. Con i suoi 52 anni, a Cefalonia era l'ufficiale pił anziano dopo il generale Gandin.
 
De Negri con due commilitoni davanti a una delle batterie da lui comandate a Cefalonia.
 
La Casetta Rossa, in localitą San Teodoro, dove vennero fucilati dai tedeschi 136 ufficiali italiani.

Traduzione integrale della SENTENZA DEL PROCESSO DI MONACO sull'eccidio di Cefalonia
(27 luglio 2006)



Qualche notizia
su CEFALONIA, isola greca dello Ionio

UNA SENTENZA OLTRAGGIOSA
CHE STRAVOLGE LA STORIA

Il commento di Marcella De Negri,
figlia di uno dei fucilati Cefalonia,
unica a costituirsi parte civile al processo

Non c’è pace per i martiri di Cefalonia.
Né soprattutto giustizia.
La notizia giunge dalla Baviera, con poco risalto
e qualche tardivo sussulto di indignazione:
i militari italiani, in quella fine di settembre del 1943,
ormai prigionieri ed inermi,

furono fucilati dai tedeschi perché “traditori”.
Una sentenza sconcertante e oltraggiosa,
con cui il tribunale di Monaco ha archiviato
il procedimento contro l’unico imputato,
ancora vivente, della strage,
l’ex sottotenente della Wehrmacht

Otmar Mühlhauser, che all’epoca dei fatti
comandò uno dei plotoni di esecuzione.
In spregio alle convenzioni internazionali
e a ogni codice di guerra.


di Luca Frigerio

Gli italiani, insomma, avrebbero ricevuto quello che meritavano… In quanto ex alleati, sostiene infatti il procuratore generale bavarese, i nostri soldati che resistettero con le armi alle forze tedesche si sarebbero comportati come “disertori” , e come tali passati per le armi. «Una sentenza inaccettabile, che stravolge la verità dei fatti e il giudizio della storia», ha commentato indignato l’attuale ministro della Difesa Arturo Parisi , dopo aver appreso la notizia, come ammette lui stesso, dai giornali. Aggiungendo: «Un oltraggio ai caduti sul cui sangue abbiamo fondato il riscatto della nuova Italia ». Parole forti, assolutamente condivisibili.

Al processo di Monaco, tuttavia, il ministero italiano della Difesa non c’era. Così come non c’era il ministero degli Esteri, né nessun altro rappresentante dello Stato . Unica a costituirsi parte civile nel procedimento contro l’ex ufficiale tedesco, la signora Marcella De Negri, figlia del capitano Francesco, uno dei fucilati di Cefalonia. Insieme a lei soltanto un nipote, che vive in Brasile e che porta lo stesso nome del caduto. All’amarezza per la sentenza, così, si è aggiunto lo sconforto di sentirsi sola, ancora una volta, in una battaglia per quella giustizia che il nostro Paese non ha mai voluto veramente cercare.

Francesco De Negri, classe 1891, era l’ufficiale più anziano presente a Cefalonia nel 1943, se si esclude il comandante della divisione Acqui, il generale Gandin. Di guerra ne aveva già fatta una, la prima mondiale, e aveva combattuto anche a Caporetto. Ma non era un militare di professione. Nella vita civile, De Negri amministrava le proprietà dei marchesi Doria in un piccolo centro dell’alto Monferrato, a Montaldeo. «Io ho pochissimi ricordi personali di mio padre», confida la figlia Marcella. «Allora non avevo che cinque anni, e di lui mi sono rimasti impressi quegli stivali alti di cuoio, che portava il giorno che venne a casa in licenza prima di partire per la Grecia. Poi sono stati i racconti di mia madre e dei mie fratelli a nutrirne il ricordo…».

In tutti questi anni, la famiglia De Negri, come quasi tutte quelle delle vittime di Cefalonia, non ha neppure avuto la consolazione di una tomba su cui pregare. Solo l’immagine di una casetta rossa, il luogo dove il capitano Francesco De Negri e altri 135 ufficiali italiani furono condotti per essere giustiziati. Ammassati in una fossa, i loro corpi furono poi riesumati dagli stessi tedeschi, avvolti col filo spinato e gettati in mare per nascondere ogni traccia dell’eccidio. Proprio laggiù, nel 2001, è voluto andare, come in un dolente pellegrinaggio, l’allora presidente Ciampi, accompagnato dai sopravvissuti e dai parenti degli ammazzati. Accanto a lui, in un abbraccio toccante, la moglie (la più anziana in età fra i presenti) e il figlio Enzo.

«Quello è stato un momento importante e bellissimo», ammette Marcella De Negri, che da 30 anni studia e analizza quei fatti. « Ma, francamente, io ho sempre vissuto con distacco le cerimonie e gli anniversari su Cefalonia. Con rabbia, persino, perché mi sembravano gesti ipocriti da parte di uno Stato che invece non ha mai voluto assumersi le proprie responsabilità nei confronti dei reduci, delle vedove e degli orfani, e soprattutto nei confronti della storia».

Qualcuno si chiede perché, a più di 60 anni di distanza da quei fatti, riaprire un processo e vecchie ferite. E che senso abbia chiedere la condanna di un anziano di 84 anni, che ha campato tranquillamente come pellicciaio in un angolo della Svevia. Per vendetta? Per odio? «No, per ristabilire la verità», afferma la figlia del capitano De Negri. «Per questo processo sono state raccolte tredicimila pagine di documenti e di testimonianze, e per me è già un successo. Ricostruire nella sua esattezza storica la vicenda di Cefalonia significa innanzitutto lottare perché simili tragedie non accadano più. È questa, secondo me, la giustizia».

Eppure, oggi, a Monaco, la sentenza è stata di archiviazione… «E io andrò avanti fino a quando mi sarà possibile, in tutti i gradi di giudizio , confidando in quella giustizia tedesca che, non dimentichiamolo, ha avuto comunque il coraggio di iniziare questo procedimento», conclude Marcella De Negri. «Lo devo alla memoria di mio padre e a quanti sono morti a Cefalonia».
 
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