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Anno 3 - n. 47/2007
22 - 28 dicembre


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al numero 848
in data 15.12.2004

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Responsabile
Claudio MAZZA
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Dal mosaico della cappella della Pontificia Facoltà di scienze dell’educazione

L’ICONA DELLE NOZZE DI CANA

Padre Marko Ivan Rupnik











Ci fu uno sposalizio 
a Cana di Galilea 

  commento dell'Arcivescovo

Una icona evangelica accompagnerà, quasi sfondo luminoso, il Percorso pastorale in tutto il suo triennio. È la pagina del vangelo di Giovanni che narra le nozze di Cana (Gv 2,1-11), una pagina che aiuta a leggere in maniera sapienziale, semplice e toccante, l’esperienza dell’amore umano tra due sposi che, dando inizio a una nuova famiglia, diventano un segno della gloria del Figlio di Dio in mezzo a noi. Il succo di questa pagina è quello di mostrare che nell’amore dell’uomo e della donna risplende la pienezza del dono definitivo che Gesù fa di se stesso. Egli offre il vino buono in abbondanza, segno della possibilità dell’esperienza dell’amore non limitata e ristretta alla sola legge ma aperta, forte, capace di sfidare il tempo e le difficoltà, capace di superare ogni prova, sopportare ogni dolore, superare ogni inadeguatezza. Un amore che ha il sapore del miracolo. L’immagine a corredo dell’icona liturgica delle nozze di Cana è tratta dal mosaico delle cappella della Pontificia Facoltà di Scienze dell’educazione “Auxilium” di Roma realizzata nell’autunno 2003 dal gesuita sloveno ed esperto mosaicista, padre Marko Ivan Rupnik, con l’équipe dell’Atelier d’arte spirituale del Centro Aletti del Pontificio Istituto Orientale. Ascoltiamo dalle sue parole come il brano del vangelo ha preso forma nelle tessere del mosaico.

di Marko Ivan Rupnik

Giovanni dice che le nozze a Cana di Galilea ci furono nel terzo giorno. Secondo il modo di computare il tempo degli antichi (oggi, domani e il terzo giorno), siamo due giorni dopo i quattro precedentemente raccontati: Gv 1,19.29.35.43. Il che vuol dire che il terzo giorno in cui avvengono le nozze nel conteggio dei giorni dall’inizio del vangelo di Giovanni sarebbe il sesto giorno, perché sarebbe quattro più due. «Il terzo giorno a partire dal quarto, cioè nel sesto giorno da noi enumerato fin dal principio, hanno luogo le nozze a Cana di Galilea» (Origene).

Con la collocazione delle nozze nel sesto giorno si fa allusione diretta a Gv 19, 31, cioè alla morte di Gesù. Il sesto giorno è il giorno della creazione dell’uomo ed è il giorno della generazione dell’uomo nuovo, sulla croce. Il terzo giorno invece è il giorno della sua risurrezione. Il fatto che Cristo nella risposta alla madre che lo informa della mancanza di vino dica «la mia ora non è ancora giunta» significa che le nozze di Cana di Galilea vanno assolutamente lette nella chiave pasquale.

L’ora di Cristo nel Vangelo di Giovanni è l’ora della gloria di Dio che coincide con la sua crocifissione, con la morte sulla croce. Si tratta dunque di una chiave di lettura pasquale, in una confluenza della gloria di Dio e della morte di Cristo e che questo sacrificio va letto in una chiave sponsale perché si tratta delle nozze. Cristo in qualche modo viene interpretato come il nuovo sposo e perciò il costato aperto sulla croce e il sangue e l’acqua versati devono ricevere uno spiraglio di significato anche dal segno operato nelle nozze di Cana. Acqua, sangue e costato aperto sono infatti la generazione dell’uomo nuovo nel battesimo, generato dal vero sposo.


DAL VANGELO AL MOSAICO

Le nozze sono in tutta l’interpretazione, sia giudaica che poi cristiana, il simbolo dell’alleanza tra Dio e l’uomo. Nelle giare la maggioranza dei padri vedeva simboleggiata la legge di Mosè, codifica dell’alleanza tra Dio e l’uomo. Dio è fedele, ma l’uomo non mantiene l’alleanza, perciò la legge di Mosè sancisce un cammino retto dell’uomo capace di mantenerlo nell’alleanza.






























LE SETTE GIARE
Il numero 6 (le giare da riempire, come dice il vangelo) è il numero dell’insufficienza, mentre il numero 7 (le sei giare vuote più quella che è servita per il travaso dell’acqua, com’è nel mosaico) è il numero della pienezza. Così si allude al superamento della legge, a un compimento nuovo della legge, con un’alleanza nuova.

Le giare si usavano per attingere dal pozzo: si tratterà quindi di attingere dalla fonte che veramente dà la vita, dal momento che la legge si è prosciugata nella sterilità. Si prefigura quindi un compimento nuovo della legge, con un’alleanza nuova.

La mancanza del vino vuol dire certamente la mancanza della gioia e dell’amore: «Il vino è come la vita per gli uomini… Che vita è quella di chi non ha vino? Questo fu creato per la gioia degli uomini. Allegria del cuore e gioia dell’anima è il vino bevuto a tempo e a misura» (Sir 31,27-28). In questo senso possiamo intendere le parole di Maria («Non hanno vino») come l’ultima constatazione dell’Antico Testamento. Cioè una religione che da alleanza si rinchiude sempre più nella legge, che produce una mancanza di gioia perché mancanza d’amore.

Le parole di Maria sono quelle di una Vergine Madre. La sterilità è una dichiarazione del fallimento dell’uomo, dell’incapacità di dare la vita. La verginità è dichiarazione di una rinuncia libera a voler dare la vita, è un ritirarsi dal primo posto, è riconoscere che è il Signore che dà la vita. Perciò le nozze di Cana dovranno far vedere come il Signore è il vero sposo che dà la vera vita.




GLI SPOSI SONO TRISTI
Per mancanza di gioia e d’amore, nel mosaico gli sposi sono presentati come tristi, pensierosi, espressione di un’alleanza fallita perché sclerotizzata in una religione esteriorizzata e rinchiusa tra i doveri, i precetti e i compiti. Lo sforzo umano è da solo insufficiente. L’ora di Cristo - manifestazione della gloria di Dio - è l’ora in cui Cristo rivela ciò che è la verità tra l’uomo e Dio, tra il Figlio e il Padre, cioè l’amore incrollabile. L’uomo che non accoglie questo amore e che non si apre alla partecipazione della Pasqua di Cristo sarà un uomo con lo scisma tra l’amore-sacrificio e la gioia. Solo l’uomo che nel sacrificio d’amore trova la fonte della gioia è la vera somiglianza di Dio.


IL SERVO, MARIA E IL ROTOLO DEL VERBO
Maria e il servo sono sullo sfondo del rotolo del Verbo, del Logos aperto. Perché Maria ha ascoltato la Parola, l’ha accolta ed essendo piena di grazia ha avuto quell’amore necessario perché la Parola potesse prendere dimora. Il Signore si è sentito dentro di lei come a casa propria.

Il servo obbedisce, ma di fatto solo nella Vergine la sua obbedienza acquista la vita. La giara che lui tiene in mano coincide con il ventre della Madre di Dio. Le giare erano lì per la purificazione, ma erano vuote e si dovevano riempire con acqua. Anche qui si nasconde un messaggio spirituale, sulla insufficienza di una purificazione che parta dall’esterno. La vera purificazione è dono di Dio, parte dal cuore e purifica l’uomo in tutte le sue azioni e in tutto il suo essere.

DALL’ACQUA AL VINO
Vediamo adesso un passaggio completo, dall’acqua al vino e dal vino al sangue. Dalla creazione alla redenzione, dalla creazione al sacramento dell’amore umano (la coppia di sposi). Sant’Agostino nel suo commento a Cana di Galilea dice che il miracolo di Cana succede sempre, ogni anno, che dalla pioggia e dalla terra viene l’uva e poi il vino, cioè dall’acqua al vino. E questo è semplicemente una esplicitazione del segno in Giovanni per mettere in evidenza che Cristo è il creatore del mondo. Per questo motivo le giare non sono fatte di pietra - che di per sé andrebbe meglio con l’interpretazione che rappresentano la legge - ma di un travertino che possa alludere all’argilla, alla terra, per sottolineare il Cristo come creatore.

CRISTO IN CROCE
Cristo non è seduto alla tavola, ma sta sulla croce, vestito in bianco per indicare il sacrificio spirituale con l’epitrachelion (stola di rito orientale con scene evangeliche, ndr) d’oro a indicare il suo sacerdozio e con gli occhi fissati sull’altare, dove si incontra con lo sguardo di Maria. Cristo è dunque crocifisso, a manifestare l’amore di Dio totale e assoluto, perciò l’albero dell’Eden diventa l’albero della vita vera da cui si può attingere come dalla fonte.

LA NUOVA ALLEANZA
Il costato, anche se già glorioso, fa ancora vedere il segno vero che è quello del dono di Dio. Cristo è il vero sposo e la sua sposa rappresentata con Maria dall’altro lato (perciò le dice “donna”) ed essa simboleggia la Chiesa che si trova dove c’è l’Eucaristia. Dunque la nuova generazione di questo nuovo Sposo siamo noi che celebriamo sull’altare la nostra salvezza, il nostro Salvatore, il nostro Signore. Così si trova dietro l’altare da un lato l’antica alleanza, sterile, superata e compiuta in un modo totalmente nuovo, unico ed eccezionale in Gesù Cristo e dall’altra parte della tavola noi, umanità della nuova alleanza.

UN’ECO DI BELLEZZA
Nel mosaico, anche gli spazi tra le figure sono curati con altrettanta attenzione e forza creativa delle figure stesse. Le figure sono come le parole, come i discorsi. Il compito degli spazi è allora quello di creare lo spazio necessario nel cuore affinché siamo in grado di accogliere quelle parole. Lo sguardo scivola sui colori, sui movimenti, sulle pietre, e nell’anima nasce un’eco di bellezza. E la bellezza, proprio perché è l’amore realizzato, è l’unica capace di creare l’atteggiamento giusto per sentire e comprendere.
 
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