L'analisi dello storico Canavero

2 GIUGNO 1946:
L'ITALIA SCEGLIE LA REPUBBLICA

Ma non fu un plebiscito.
E per diverse ragioni.
Il Nord, in gran parte, si espresse per la Repubblica,
mentre il Meridione votò soprattutto la monarchia.
Così anche la Democrazia Cristiana
e il mondo cattolico si presentò "diviso" alle urne.
E per la prima volta votarono anche le donne...


di Luca Frigerio

L'ultimo sovrano sabaudo lasciava l'Italia il 13 giugno 1946, dopo un solo mese di regno. Si chiamava Umberto, il "re di maggio". Vittorio Emanuele III, infatti, alla vigilia del referendum che doveva decidere la scelta degli italiani tra repubblica e monarchia, aveva abdicato al trono. Una mossa per cercare di favorire la vittoria del figlio: se ne andava il vecchio sovrano compromesso da vent'anni di fascismo, restava il nuovo senza responsabilità col passato, figura "vergine" della dinastia. E dunque accettabile. Ma il 2 giugno gli italiani votarono in maggioranza, sia pur lieve e contestata, per la repubblica. Alfredo Canavero, docente di storia contemporanea presso l'Università degli Studi di Milano, ci spiega quale fu il clima in cui ebbe inizio una nuova era per il nostro Paese.

Il 54,3 per cento degli italiani votarono per la repubblica: un successo, ma non un trionfo. Per quali motivi la vittoria repubblicana non ebbe dimensioni più ampie?
Tutte le regioni dell’Italia meridionale si espressero a favore della monarchia. Questo perché nel Sud del Paese non si ebbe, anche durante gli ultimi anni di guerra, il senso di una rottura della continuità istituzionale. Anche la caduta del fascismo, infatti, fu vista semplicemente come il passaggio da un governo ad un altro, e l’Italia meridionale si sentì “regno” in pratica fino al giugno 1946. Diversa, invece, era stata l’esperienza dell’Italia centro-settentrionale, dove la costituzione della Repubblica di Salò aveva interrotto la “presenza” monarchica, e dove la guerra di Resistenza e la lotta di Liberazione dai nazi-fascisti avevano creato ben altra consapevolezza. A tutto questo si deve aggiungere che per molti, in quei giorni, il concetto di repubblica appariva un po’ come sinonimo di confusione, di ulteriore incertezza: un salto nel buio verso un’esperienza nuova e ignota.

Di fatto, dunque, gli elementi più conservatori del Paese scelsero di preferenza la monarchia, quelli più progressisti votarono per la maggior parte per la repubblica...
Sì, pur con le debite eccezioni, è questo quello che avvenne per il referendum istituzionale del 1946. Proprio per questo, la forza politica che si trovò nella situazione più delicata alla vigilia della consultazione fu la Democrazia cristiana, perché essa poggiava su un elettorato che nel meridione era tendenzialmente filo-monarchico, mentre al Nord era dichiaratamente a favore della repubblica. Questo è anche il motivo per cui Alcide De Gasperi, allora presidente del Consiglio, preferì attribuire la scelta istituzionale ad un referendum popolare e non all’Assemblea costituente - come invece in un primo momento si era pensato di fare -, per evitare una drammatica spaccatura nel partito democratico cristiano.

De Gasperi, infatti, fece in modo che la Dc lasciasse ai suoi sostenitori libertà di scelta tra monarchia e repubblica.
Avvertendo, però, che, a seguito di un referendum interno tra gli iscritti al partito, la maggioranza si era pronunciata a favore della repubblica. E la Democrazia cristiana fu l’unico partito a lasciare questo libertà di scelta, poiché tutte le altre forze - ad eccezione del Partito liberale, dichiaratamente monarchico - invitarono a votare per la repubblica.

Ma De Gasperi, infine, per chi votò?
In passato se ne è discusso a lungo, e ancor oggi sono apparsi nuovi documenti che hanno rinfocolato la questione. Ma io penso che, tutto sommato, De Gasperi si sia espresso per la repubblica. Già Nenni, del resto, in quel 2 giugno del 1946, voleva sapere con insistenza per chi avrebbe votato. De Gasperi gli rispose: «Questo non posso dirtelo perché il voto è segreto. Ti posso però assicurare che il mio Trentino darà in proporzione più voti alla repubblica della tua Romagna». E così infatti avvenne.

Quale fu l’atteggiamento del mondo cattolico, in generale. di fronte alla scelta istituzionale?
Rifacendoci a quel periodo non ha senso fare una divisione netta tra “italiani” e “cattolici italiani”. Nel mondo cattolico vi erano esattamente le stesse tensioni, gli stessi dubbi, le stesse incertezze che esistevano nel resto del Paese. Ciò nonostante, ufficialmente la Chiesa italiana non volle dare indicazioni precise su cosa votare al referendum, ed ebbe un atteggiamento molto prudente. L’impressione, però, è che mentre gli alti gradi della gerarchia ecclesiastica fossero tendenzialmente a favore della monarchia (più che altro perché era l’ambito in cui avevano sempre vissuto), il basso clero, invece, condivise in gran parte, soprattutto al Centro e al Nord, la scelta repubblicana.

Quelle del 2 giugno 1946 furono anche le prime elezioni a suffragio universale. Quale fu il significato e il peso del voto delle donne?
Il voto delle donne fu indubbiamente importante per rafforzare il peso del mondo cattolico, e in particolar modo assicurò il successo alla Democrazia cristiana. Ma quel che più conta, è che quelle consultazioni furono una grande prova di maturità democratica e civile, poiché l’Italia veniva da vent’anni di dittatura fascista in cui vi erano state solo un paio di elezioni di tipo plebiscitario. Eppure non vi furono nè brogli, nè incidenti di una qualche gravità.
 
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