Il ricordo di un grande campione spunto
per un'originale analisi del calcio di oggi

GARRINCHA, ESTETICA DEL FUTEBÒL

La figura della grande ala destra della nazionale brasiliana
degli anni Cinquanta e Sessanta è protagonista del libro
di Luis H. Antezana
Un uccellino chiamato Manè.
Note a piè del suo football, al centro di un dibattito
tenutosi in settimana alla Casa della Cultura di Milano



di Silvio Mengotto

Mitica ala destra della nazionale brasiliana degli anni Cinquanta e Sessanta, Manuel dos Santos, in arte Garrincha, era l’idolo di Luis H. Antezana, filologo e professore ordinario all’Universidad Myor de San Simòn (Cochabamba), autore del libro Un uccellino chiamato Manè. Note a piè del suo football (Crocetti), al centro dell’incontro “Estetica ed etica del calcio”, proposto da AssoEtica alla Casa della Cultura di Milano martedì 10 aprile.

Un libro non banale sul mondo del calcio, geniale nelle sue riflessioni tecniche, culturali e di costume. Un libro - auspica l’autore - «che sappia riposare la mente e, insieme, allenarla a pensare» specie oggi, quando il calcio italiano, fuori e dentro gli stadi, esteticamente ed eticamente pare manifestare il suo lato peggiore.

Antezana è più affascinato da un passaggio che da un gol, perché nel passaggio c’è la radice di tutte le possibilità di gioco in funzione della rete, fase culminante, vertice di una strategia e di un’orchestrazione. E un calcio votato al culto esasperato del gol corre il rischio di oscurare la visione complessiva del gioco, fatto anche di difesa e a volte di autentiche muraglie per sventare le marcature.

Per l’autore anche la difesa è parte dell’arte del gioco. A volte si manifesta come un lavoro concertato, di gruppo: il fuorigioco ne è l’esempio più lampante. Difensori come Baresi e Maldini non solo “spazzano”, ma sanno anche governare la palla. Difensori che l’autore definisce «i sapienti del gioco», perché l’esperienza li porta a conoscere e a intuire anticipatamente le intenzioni dell’avversario.

Suggestivo il capitolo “La strategia del ragno” dedicato ai portieri, i quali, per la loro posizione in campo, sono obbligati a un’attenzione permanente. Oggi quasi tutti i portieri sono anche giocatori. La tradizione sudamericana riconosce in Amadeo Carrizo del River Plate l’inventore di questo modo di giocare: a volte risultavano «più precisi e pericolosi i suoi passaggi di quanto fossero decisive le sue parate». Tra i portieri-giocatori europei, l’autore ricorda invece il russo Yashin, “il ragno nero”.

Altri capitoli sono dedicati ai goleador, ai tifosi e al tifo, alle espressioni di violenza negli stadi, al linguaggio calcistico televisivo, a brani scelti di letteratura. Ma i due saggi finali l’autore li dedica alla figura del suo giocatore preferito: Garrincha, che assieme a Pelè «rese universali e immutabili quelle regole non scritte di un “semplice gioco” che è capace di animare e nutrire l’immaginazione, la bellezza, la gioia stessa di vivere».

Una cosa è certa per Antezana: «Garrincha non è un giocatore del passato, sia chiaro, Garrincha ha giocato in quest’epoca». Garrincha giocava con i suoi marcatori, li burlava, li portava letteralmente «in giro e in modo del tutto alieno ai redditi della partita»; sapeva entusiasmare gli spettatori di entrambe le squadre.

La definizione preferita dall’autore per Garrincha è quella di «Poeta giocatore». Pier Paolo Pasolini, poeta e amante del calcio, nel gennaio 1971 scriveva su Il Giorno: «Se dribbling e goal sono i momenti individualistici-poetici del calcio, ecco quindi che il calcio brasiliano è un calcio di poesia. Senza far distinzione di valore, ma in senso puramente tecnico, in Messico è stata la prosa estetizzante italiana a essere battuta dalla poesia brasiliana».

Il libro di Antezana è un manuale adottato nelle scuole in Spagna: perché non proporlo e non farlo conoscere anche negli oratori e nelle società di calcio delle nostre periferie?




 


 

Dall'alto, Garrincha, il libro
e l'autore Luis H. Antezana

 
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