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Via Bovisasca, gli sgomberi non sono la soluzione |
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La legalità è sacrosanta. Ma l’impressione è che si stia scendendo sotto i limiti stabiliti dai fondamentali diritti umani. Allontanare questi disperati, senza pensare a un’alternativa, cosa produce? Perché, insieme alla dovuta fermezza, non si è vista nessuna forma di assistenza, specie per i più deboli? |
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01/04/2008
Editoriale
Ègiunta all’epilogo la situazione del campo rom abusivo di via Bovisasca.
Da una decina di giorni le forze dell’ordine sono state quasi costantemente
presenti nei pressi dell’ex area Montedison. Ripetuti e opportuni
interventi di demolizione di diverse baracche hanno inizialmente
“compattato” il campo, impedendo nuovi arrivi, mandando così un chiaro
segnale agli occupanti per indurli a non ritenere definitiva questa
situazione. Interventi nell’immediato positivi, che sono serviti anche
a costruire una fascia di sicurezza intorno al campo, per evitare
provocazioni dall’esterno (che non sono mancate, specie ad opera di
qualche esponente politico in cerca di visibilità).
Non si
spiega invece la logica di quanto sta accadendo dall’alba di stamane,
martedì 1 aprile: le forze dell’ordine si sono attivate per
sgomberare tutti gli occupanti del campo. Nulla da eccepire sulla
necessità dell’intervento: non era sostenibile il protrarsi
di questa soluzione. Ma allontanare questi disperati, senza pensare per
loro un’alternativa, cosa produce?
Presto detto:
alcuni nomadi (ma tra loro sono molti i rumeni non rom) hanno
tentato di entrare nell’area dimessa in via Colico. Allontanati.
Un gruppo più consistente, un centinaio di persone, ha lavorato
tutta la mattina ricostruendo i propri miseri cubicoli di assi in via
Poretta a Quarto Oggiaro. Tra loro molti giovanotti (rientrati
precipitosamente dai cantieri dove lavorano per ricostruire la propria
“casa”) ma purtroppo anche donne in avanzato stato di
gravidanza, una ventina di bimbi sotto i dieci anni e diversi piccoli al
di sotto di un anno. In tarda mattinata le ruspe hanno di nuovo demolito
questa ulteriore sistemazione.
Ora queste persone (donne
incinte e neonati compresi) stanno vagando per la città in cerca di un
ulteriore spazio dove costruire un riparo e - probabilmente - attirare
nuovamente le ruspe per l’ennesima demolizione. Perché
insieme alla dovuta fermezza non si è vista nessuna forma di assistenza
elementare per loro, specie per i più deboli tra i disperati?
La legalità è sacrosanta: ma l’impressione è che qui si stia scendendo
abbondantemente sotto i limiti stabiliti dai fondamentali diritti umani
che imporrebbero, insieme allo schieramento delle forze dell’ordine
in atteggiamento antisommossa, qualche tanica d’acqua, del latte per i più
piccoli, un presidio medico, qualche soluzione alternativa per i
bambini, i malati e le donne in gravidanza.
Ci sono delle persone
non in regola con la legge: occorre che la legalità prevalga nei loro
confronti. Ma non si possono confondere i nomadi e i migranti che
lavorano, con i delinquenti, oppure gli irregolari con chi è in possesso
di regolare permesso di soggiorno. La maggioranza di loro lavora,
tanti con un regolare contratto. Molti giovani uomini faticano
nell’edilizia e in società attive dentro gli spazi della Fiera:
10 ore di lavoro al giorno, per sei giorni la settimana, per 800 euro al mese.
Una domanda allora si impone: a Milano questi immigrati servono o danno
fastidio? Sappiamo che non stanno a Milano per turismo o per svago.
La maggioranza di loro è qui per poter lavorare. Sanno che del
loro lavoro Milano ha necessità. Cosa ne sarebbe infatti
dell’imprenditoria ambrosiana e lombarda senza la manovalanza a bassissimo
costo che rumeni (e non solo) offrono?
Non si vede traccia
di un progetto a lungo respiro, di un piano condiviso: nessuno da solo
può risolvere questa emergenza. Il volontariato da solo non riesce più a
far fronte alla situazione. Don Colmegna e la Casa della Carità non
possono farsi carico di altri ospiti, sono oltre le loro capacità
ricettive. Non possono risolvere il problema da soli le forze
dell’ordine (non è soltanto una questione di ordine pubblico), non è
compito solo della politica e degli amministratori. Per uscire
dall’emergenza e dalla logica dell’occupazione, dello sgombero,
dell’ulteriore occupazione occorrono scelte condivise tra tutti
gli attori prima citati e una progettazione a lungo termine.
Ricordava l’Arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi,
nell’ultimo discorso alla vigilia della festa di S. Ambrogio: «Le
attività della Caritas diocesana, della Casa della Carità, delle altre
associazioni e gruppi di volontariato da sempre sono indirizzate a
sviluppare percorsi di integrazione avvicinando le persone, cercando per
loro un lavoro dignitoso e onesto, accompagnando e inserendo i bambini
nelle scuole. Ma questa disponibilità operativa e tante volte faticosa ha
bisogno di un maggior dialogo con le istituzioni, chiede di sentire le
istituzioni alleate, ancora più presenti, autorevoli, capaci di far
rispettare le leggi e solidali nel combattere la miseria».
È urgente la costituzione di un luogo istituzionale nel quale valutare come
governare il problema. Così come è urgente tutelare i minori. Come il
Tribunale dei minori può confermare, l’intervento a questo
proposito delle Amministrazioni locali non è facoltativo ma obbligatorio.
C’è da augurarsi che il clamore e i festeggiamenti per la grande opportunità
conquistata con l’Expo 2015 non diventino il paravento e il pretesto per
nascondere o spostare un metro più in là, i drammi di questa città.
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