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Anno 2- n. 16/2006
22 - 28 aprile


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al numero 848
in data 15.12.2004

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Responsabile
Claudio MAZZA
ARTE & CULTURA
Carlo Bianchi sul Monte Rosa nel 1932
 
L'ultimo biglietto clandestino da Fossoli.
 
La figlia di Carlo Bianchi, Carla Bianchi Iacono.

Il campo di Fossoli: una mostra
e un convegno all'Ambrosianeum

Leopoldo Gasparotto nel ricordo del figlio



IN ARCHIVIO

Mostra e convegno all'Ambrosianeum
Fossoli: memoria privata, rimozione pubblica

CARLO BIANCHI
NEL RICORDO DELLA FIGLIA

Carla Bianchi Iacono è figlia di Carlo Bianchi,
uno dei 67 fucilati nel poligono di Cibeno
a Fossoli il 12 luglio ‘44. Animatore della Fuci milanese
cercò di organizzarla dopo l’8 settembre;
con l’approvazione del card. Schuster
fondò la Carità dell’Arcivescovo,
un’organizzazione di assistenza per le persone più bisognose
colpite dal conflitto bellico,
ancora oggi esistente presso la Curia milanese.

di Silvio Mengotto

Carlo Bianchi, insieme a Teresio Olivelli, Claudio Sartori, Enzo e Rolando Petrini e lo stampatore Franco Rovida, diedero vita al foglio clandestino “Il Ribelle”, che già nel titolo esprimeva il suo programma. Carla Bianchi Iacono non ha mai visto suo padre, quando fu fucilato era nel ventre della mamma, che ora è stata invitata al Convegno su “Fossoli, memoria privata, rimozione pubblica”- organizzato dall’Ambrosianeum in collaborazione con l’Azione cattolica ambrosiana – nella veste di testimone l’abbiamo intervistata.

Chi le comunicò la morte di suo padre a Fossoli?
Esattamente non ricordo. Essendo nata dopo la sua morte, so che la sua mancanza è sempre stata presente. Sono nata senza papà, quando l’ho scoperto – attorno ai tre o quattro anni – le persone che mi circondavano mi ripetevano sempre la stessa frase: “tuo papà è in paradiso.

In famiglia si parlava di papà?
In famiglia molto poco, forse perché era un fatto scontato. Sentivo qualche frase della nonna la quale diceva che, per nostra fortuna, il corpo del papà era tornato e sepolto nella tomba di famiglia al Monumentale, a Milano, mentre altri erano stati bruciati nei forni crematori nazisti. Molto di più nell’ambito della vita “pubblica” e associazionistica. Con i miei fratelli, verso i sette anni, partecipavo allo scoutismo con don Ghetti, che era stato un amico di papà, il quale lo ricordava spesso. Quando entravo nel suo ufficio, nella parrocchia di S. Maria al Suffragio, ricordo che alla parete c’era la fotografia di papà. Anche gli amici lo ricordavano, in particolare il medico Angelo Bosisio, fu lui che andò al poligono di Cibeno per l’esumazione dei corpi. E’ morto pochi anni fa, una persona da ricordare.

Carlo Bianchi era un uomo di fede, si spese molto nell’associazionismo cattolico, in particolare nella Fuci milanese. Ce ne vuole parlare ?
Tutta la sua famiglia borghese era profondamente cattolica, nel senso che pensava agli altri, al prossimo, ai meno fortunati. I nonni avevano una grossa azienda con tanti dipendenti, avevano un atteggiamento paternalistico, che rispecchiava i tempi, ma con una sensibilità cristiana. C’è una frase che papà ripeteva spesso, che dà il senso di questo sentore cristiano verso il prossimo più sfortunato, e dice “non possiamo essere felici se intorno a noi c’è miseria e tristezza”. In famiglia papà ha ricevuto un’educazione verso una fede profonda, questo pur rimanendo una persona normalissima che amava tutti gli aspetti della vita: i viaggi, la montagna, le vacanze, il mare, le ragazze, come tutti i giovani di questo mondo. Frequentò la Fuci dal 1932 al 1936 e si impegnò molto nella preparazione di convegni. Dopo l’8 settembre ’43 la Fuci milanese si divise. Molti amici di papà erano caduti in guerra, la Fuci di Milano era anche separata da quella di Roma, città che si andava liberandosi, quindi con problemi diversi da quella ambrosiana. In questa situazione papà tentò a Milano di riunire tutti gli amici fucini e, in qualche modo, ricostruirla. Ho recuperato documenti che attestano l’elezione di papà come presidente, anche se nella Curia milanese non arrivò la comunicazione.

Proprio in Arcivescovado il Card. Schuster approvò l’idea di Carlo Bianchi di fondare la Carità dell’Arcivescovo ( ancora presente nella Curia milanese ), lo stesso Schuster la volle ricordare nell’omelia in Duomo del 25 maggio ’45 di fronte alle bare dei 67 martiri di Fossoli. Episodio ancora poco conosciuto, ce ne vuole parlare ?
Lo spunto venne proprio da una lettera pastorale che il Card. Schuster indirizzò ai giovani, nella quale chiedeva un’attenzione ai momenti tragici del momento ( guerra, bombardamenti, sfollati, orfani, miseria ). A mio padre venne l’idea di dare vita alla Carità dell’Arcivescovo con l’obbiettivo di sopperire i bisogni medici, legali, era una specie di segretariato del popolo, dove si aiutavano anche i ragazzi nello studio, una sorta di dopo scuola. Il senso era quello di dare risposte concrete ai bisogni di chi non aveva mezzi o possibilità economiche per affrontarli. Mio padre con Angelo Galesio, un amico fucino molto giovane, andarono insieme dal Cardinale Schuster per sottoscrivere l’iniziativa. Così è nata la Carità dell’Arcivescovo con l’intento di aiutare le persone in quei tragici momenti vissuti in città. Avvocati e medici prestavano gratuitamente il loro servizio. Ancora oggi esiste la Carità dell’Arcivescovo anche se ridimensionata e limitata nella sua attività.

Dopo l’8 settembre ’43 Carlo Bianchi, insieme ad altri amici, fondò il giornale clandestino “Il Ribelle”. Possiamo dire che Carlo Bianchi fu soprattutto un ribelle coraggioso ?
Durante gli studi universitari sino al 1938, papà era solito andare in Germania per motivi di studio, andò proprio nel periodo dove il nazismo aveva messo profonde radici nel popolo germanico. Nell’estate del ’42 don Carlo Banfi di Sormano domandò a papà che cosa stava succedendo in Germania. Mio padre disse che i tedeschi erano molto esaltati e che, se continuavano in quella direzione, bisognava fermarli. Già questa convinzione evidenzia una posizione non legata al regime. In un certo senso aveva già una posizione critica. Dopo l’8 settembre ’43 conobbe Teresio Olivelli che papà ospitò nella sua casa per diversi mesi, mentre la mamma era sfollata a Inverigo sino al termine della guerra in Villa Romanò. Da questa conoscenza è nata e maturata l’idea di stampare il giornale clandestino “Il Ribelle”.

Olivelli scrisse la famosa Preghiera del ribelle?
Per quanto riguarda la Preghiera del ribelle, passata alla storia come scritta da Teresio Olivelli, in realtà è stata scritta in concerto con papà. In un certo senso è una preghiera condivisa. In una sezione dell’Anpi romana trovai la Preghiera del ribelle firmata da Olivelli e papà.

L’ultimo capitolo del suo libro Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla Repubblica sociale italiana (Morcelliana) titola Il tempo del silenzio”. Questo silenzio si è rotto ?
In effetti un silenzio c’è stato, pari ai nove mesi di silenzio sull’uccisione dei 67 uomini i cui corpi vennero sepolti, nascosti, in una fossa comune. Questo fatto è di una gravità inaudita, anche tenendo presente le circostanze della guerra, disagi, e tutte le possibili attenuanti. Ancora oggi mi sembra inaudito che nessuno abbia pensato di vedere che cosa era accaduto, questo pur sapendo della fucilazione dei 67 perché la mia famiglia venne avvertita il mercoledì successivo alla strage da un incaricato del Card. Schuster. Il fatto che altre famiglie seppero dell’accaduto, nove mesi dopo l’eccidio, dai giornali o che qualcuno abbia ricevuto lettere dal comando tedesco di Verona, è un fatto inconcepibile anche in tempi in cui la comunicazione era difficile. Dopo nove mesi di silenzio, sono passati altri cinquant’anni di silenzio pubblico più che locale. A suo modo Carpi ha sempre ricordato la strage del 12 luglio ’44 ogni anno. Senza alcuna presunzione penso che, attraverso il mio libro e altre iniziative, io abbia dato un contributo a rompere questo silenzio, anche se il pubblico fa ancora fatica a capire la gravità, l’unicità di questo episodio”.

Nutre qualche aspettativa dall’iniziativa dell’Ambrosianeum?
Vedo già qualcosa che si sta muovendo e devo ringraziare in primis l’Ambrosianeum per questa importante iniziativa perché dà un contributo per riappacificare le parti. Se non conosciamo davvero la verità, che non è una sola, ma si compone delle tante verità unite insieme, questo non può essere altro che un bene perché, nonostante tutto, il Paese è ancora diviso”.
 
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