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| Carlo Bianchi sul Monte Rosa nel 1932 |
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| L'ultimo biglietto clandestino da Fossoli. |
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La figlia di Carlo Bianchi, Carla Bianchi Iacono.
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Mostra e convegno all'Ambrosianeum Fossoli: memoria privata, rimozione pubblica
CARLO BIANCHI NEL RICORDO DELLA FIGLIA |
Carla Bianchi Iacono è figlia di Carlo Bianchi, uno dei
67 fucilati nel poligono di Cibeno a Fossoli il 12 luglio ‘44.
Animatore della Fuci milanese cercò di organizzarla dopo l’8
settembre; con l’approvazione del card. Schuster
fondò la Carità dell’Arcivescovo, un’organizzazione
di assistenza per le persone più bisognose colpite dal
conflitto bellico, ancora oggi esistente presso la Curia
milanese.
di Silvio Mengotto
Carlo Bianchi,
insieme a Teresio Olivelli, Claudio Sartori, Enzo e Rolando Petrini e lo
stampatore Franco Rovida, diedero vita al foglio clandestino “Il Ribelle”,
che già nel titolo esprimeva il suo programma. Carla Bianchi Iacono non ha
mai visto suo padre, quando fu fucilato era nel ventre della mamma, che
ora è stata invitata al Convegno su “Fossoli, memoria privata, rimozione
pubblica”- organizzato dall’Ambrosianeum in collaborazione con l’Azione
cattolica ambrosiana – nella veste di testimone l’abbiamo intervistata.
Chi le comunicò la morte di suo padre a Fossoli? Esattamente non
ricordo. Essendo nata dopo la sua morte, so che la sua mancanza è sempre
stata presente. Sono nata senza papà, quando l’ho scoperto – attorno ai
tre o quattro anni – le persone che mi circondavano mi ripetevano sempre
la stessa frase: “tuo papà è in paradiso.
In
famiglia si parlava di papà? In famiglia molto poco, forse
perché era un fatto scontato. Sentivo qualche frase della nonna la quale
diceva che, per nostra fortuna, il corpo del papà era tornato e sepolto
nella tomba di famiglia al Monumentale, a Milano, mentre altri erano stati
bruciati nei forni crematori nazisti. Molto di più nell’ambito della vita
“pubblica” e associazionistica. Con i miei fratelli, verso i sette anni,
partecipavo allo scoutismo con don Ghetti, che era stato un amico di papà,
il quale lo ricordava spesso. Quando entravo nel suo ufficio, nella
parrocchia di S. Maria al Suffragio, ricordo che alla parete c’era la
fotografia di papà. Anche gli amici lo ricordavano, in particolare il
medico Angelo Bosisio, fu lui che andò al poligono di Cibeno per
l’esumazione dei corpi. E’ morto pochi anni fa, una persona da ricordare.
Carlo Bianchi era un uomo di fede, si spese molto nell’associazionismo
cattolico, in particolare nella Fuci milanese. Ce ne vuole parlare ?
Tutta la sua famiglia borghese era profondamente cattolica, nel senso che
pensava agli altri, al prossimo, ai meno fortunati. I nonni avevano una
grossa azienda con tanti dipendenti, avevano un atteggiamento
paternalistico, che rispecchiava i tempi, ma con una sensibilità
cristiana. C’è una frase che papà ripeteva spesso, che dà il senso di
questo sentore cristiano verso il prossimo più sfortunato, e dice “non
possiamo essere felici se intorno a noi c’è miseria e tristezza”. In
famiglia papà ha ricevuto un’educazione verso una fede profonda, questo
pur rimanendo una persona normalissima che amava tutti gli aspetti della
vita: i viaggi, la montagna, le vacanze, il mare, le ragazze, come tutti i
giovani di questo mondo. Frequentò la Fuci dal 1932 al 1936 e si impegnò
molto nella preparazione di convegni. Dopo l’8 settembre ’43 la Fuci
milanese si divise. Molti amici di papà erano caduti in guerra, la Fuci di
Milano era anche separata da quella di Roma, città che si andava
liberandosi, quindi con problemi diversi da quella ambrosiana. In questa
situazione papà tentò a Milano di riunire tutti gli amici fucini e, in
qualche modo, ricostruirla. Ho recuperato documenti che attestano
l’elezione di papà come presidente, anche se nella Curia milanese non
arrivò la comunicazione.
Proprio in Arcivescovado il Card.
Schuster approvò l’idea di Carlo Bianchi di fondare la Carità
dell’Arcivescovo ( ancora presente nella Curia milanese ), lo stesso
Schuster la volle ricordare nell’omelia in Duomo del 25 maggio ’45 di
fronte alle bare dei 67 martiri di Fossoli. Episodio ancora poco
conosciuto, ce ne vuole parlare ? Lo spunto venne proprio da una
lettera pastorale che il Card. Schuster indirizzò ai giovani, nella quale
chiedeva un’attenzione ai momenti tragici del momento ( guerra,
bombardamenti, sfollati, orfani, miseria ). A mio padre venne l’idea di
dare vita alla Carità dell’Arcivescovo con l’obbiettivo di sopperire i
bisogni medici, legali, era una specie di segretariato del popolo, dove si
aiutavano anche i ragazzi nello studio, una sorta di dopo scuola. Il senso
era quello di dare risposte concrete ai bisogni di chi non aveva mezzi o
possibilità economiche per affrontarli. Mio padre con Angelo Galesio, un
amico fucino molto giovane, andarono insieme dal Cardinale Schuster per
sottoscrivere l’iniziativa. Così è nata la Carità dell’Arcivescovo con
l’intento di aiutare le persone in quei tragici momenti vissuti in città.
Avvocati e medici prestavano gratuitamente il loro servizio. Ancora oggi
esiste la Carità dell’Arcivescovo anche se ridimensionata e limitata nella
sua attività.
Dopo l’8 settembre ’43 Carlo Bianchi, insieme
ad altri amici, fondò il giornale clandestino “Il Ribelle”. Possiamo dire
che Carlo Bianchi fu soprattutto un ribelle coraggioso ? Durante
gli studi universitari sino al 1938, papà era solito andare in Germania
per motivi di studio, andò proprio nel periodo dove il nazismo aveva messo
profonde radici nel popolo germanico. Nell’estate del ’42 don Carlo Banfi
di Sormano domandò a papà che cosa stava succedendo in Germania. Mio padre
disse che i tedeschi erano molto esaltati e che, se continuavano in quella
direzione, bisognava fermarli. Già questa convinzione evidenzia una
posizione non legata al regime. In un certo senso aveva già una posizione
critica. Dopo l’8 settembre ’43 conobbe Teresio Olivelli che papà ospitò
nella sua casa per diversi mesi, mentre la mamma era sfollata a Inverigo
sino al termine della guerra in Villa Romanò. Da questa conoscenza è nata
e maturata l’idea di stampare il giornale clandestino “Il Ribelle”.
Olivelli scrisse la famosa Preghiera del ribelle? Per quanto
riguarda la Preghiera del ribelle, passata alla storia come scritta
da Teresio Olivelli, in realtà è stata scritta in concerto con papà. In un
certo senso è una preghiera condivisa. In una sezione dell’Anpi romana
trovai la Preghiera del ribelle firmata da Olivelli e papà.
L’ultimo capitolo del suo libro Aspetti dell’opposizione dei
cattolici di Milano alla Repubblica sociale italiana (Morcelliana)
titola Il tempo del silenzio”. Questo silenzio si è rotto ?
In effetti un silenzio c’è stato, pari ai nove mesi di silenzio sull’uccisione
dei 67 uomini i cui corpi vennero sepolti, nascosti, in una fossa comune.
Questo fatto è di una gravità inaudita, anche tenendo presente le
circostanze della guerra, disagi, e tutte le possibili attenuanti. Ancora
oggi mi sembra inaudito che nessuno abbia pensato di vedere che cosa era
accaduto, questo pur sapendo della fucilazione dei 67 perché la mia
famiglia venne avvertita il mercoledì successivo alla strage da un
incaricato del Card. Schuster. Il fatto che altre famiglie seppero
dell’accaduto, nove mesi dopo l’eccidio, dai giornali o che qualcuno abbia
ricevuto lettere dal comando tedesco di Verona, è un fatto inconcepibile
anche in tempi in cui la comunicazione era difficile. Dopo nove mesi di
silenzio, sono passati altri cinquant’anni di silenzio pubblico più che
locale. A suo modo Carpi ha sempre ricordato la strage del 12 luglio ’44
ogni anno. Senza alcuna presunzione penso che, attraverso il mio libro e
altre iniziative, io abbia dato un contributo a rompere questo silenzio,
anche se il pubblico fa ancora fatica a capire la gravità, l’unicità di
questo episodio”.
Nutre qualche aspettativa
dall’iniziativa dell’Ambrosianeum? Vedo già qualcosa
che si sta muovendo e devo ringraziare in primis l’Ambrosianeum per questa
importante iniziativa perché dà un contributo per riappacificare le parti.
Se non conosciamo davvero la verità, che non è una sola, ma si compone
delle tante verità unite insieme, questo non può essere altro che un bene
perché, nonostante tutto, il Paese è ancora diviso”.
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