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Angelo Branduardi in concerto nel Duomo
«SONO UN BAMBINO DI MILLE ANNI» |
Abbiamo avvicinato il cantautore durante le prove per lo spettacolo
"Francesco", rappresentato lo scorso 5 aprile in cattedrale,
nell'ambito dei quaresimali sul tema dell'Incontro con l'altro.
Qualche accenno al suo rapporto col sacro, con il Poverello d'Assisi, e
con un "topolino" che tutti, ma proprio tutti, conoscono...
di Luca Frigerio
Il pomeriggio è grigio, uggioso di una pioggia
sottile. Dalle vetrate entra a fatica nel Duomo una luce opaca,
quasi fumosa. Angelo Branduardi prova il violino, in piedi sul primo
gradino del presbiterio . I bassi vanno bene, gli acuti un po’ meno.
Accenna una ballata su una lirica di Yeats – «…il mio
paese è Kiltartan Cross, la mia gente i suoi contadini, nulla di tutto ciò
può renderli più o meno felici… » - e poi
scuote la testa ridendo, per quel lento propagarsi delle note che
attraversa la cattedrale come un’eco ripetuta.
Stasera andrà in scena il suo Francesco, lo spettacolo che
Branduardi ha ideato nel 2000 in occasione del Giubileo e su commissione
dei francescani, ora riproposto nell’ambito delle meditazioni
quaresimali sul tema dell’incontro con l’altro. E nessuno,
come il Poverello d’Assisi, ha saputo insegnare l’arte
amorevole dell’accoglienza…
Non è un musical
- «che ormai lo fa anche mia zia», sbotta sarcastico Branduardi -
ma una lauda, un sacro teatro di piazza che tanto piaceva a Francesco e ai
suoi. «Uno spettacolo», dice, «bidimensionale: c’è un
trovatore, che sono io, il quale parla, racconta, canta, suona, legando i
vari episodi; e poi c’è la gente, che recita, che mima, che balla, che
ascolta…».
Beh, non a caso da sempre lei è stato
chiamato “il menestrello”… Sì, e oggi
mi piace. Per anni, però, ho pensato che non fosse corretto, perché quando
si è giovani e sciocchi si vuole sempre essere qualcosa di diverso da
quello che si è. Ora io inizio i miei concerti con una citazione di un
anonimo trovatore tedesco dell’anno Mille, che dice: «Io
sono il trovatore: sempre vado per terre e paesi, ora sono giunto fin qui,
lasciate che prima che me ne vada, canti». Valeva per lui e, mille
anni dopo, vale per me
Oggi è importante raccontare delle storie?
Non lo so… Io l’ho sempre fatto.
Ma san Francesco chi è
per lei? Non basterebbero giornate intere per spiegarlo…
All’inizio, quando mi fu chiesto di fare questa cosa da parte dei
francescani, io ero perplesso. Mi sembrava di dover fare della musica
devozionale, e questo proprio non mi va: basta sentire certi cori… Per
fortuna questo nuovo papa ascolta Bacj, e certe cose non le vuole più
sentire. Poi ho scoperto il personaggio Francesco, che per me come per la
maggior parte degli italiani era uno un po’ strano, ma che in realtà è una
figura di una modernità e di una complessità enorme. Io posso citare solo
una cosa, che non a caso ha dato il titolo al disco, che è stato un grande
successo che nessuno mai avrebbe pensato: «Infinitamente piccolo».
Cioè? Se si prende un foglio di carta e lo si taglia a metà, poi
ancora a metà, e così via, in teoria non si finirà mai di avere pezzi,
sempre più piccoli. Questa è una intuizione che viene attribuita a
Francesco e io sono assolutamente d’accordo. E’ una rivoluzione che
avvenne ottocento anni fa, dal punto di vita spirituale e della vita, e
significa che tutto ciò che è immenso e infinito non è fuori di noi, ma è
dentro di noi. E poi, incredibile ma vero, nel Novecento è diventata la
base della fisica quantistica.
Che rapporto ha con il sacro?
Io diffido sempre delle fedi a prova di bomba. Anche perché se uno viene
dotato della fede da quando nasce e non ha mai dubbi, che merito ha?
Nessuno… La fede è un cammino difficile, pieno di dubbi, è una cosa molto
complessa… Resta il fatto che io faccio musica da quando avevo cinque
anni, e la musica nasce assolutamente, completamente dal senso del sacro:
i primi musicisti sono gli sciamani e gli stregoni... Se uno non capisce
che la musica è oltre, che non è qui e ora, ma che è da un’altra parte e
in un altro momento, allora non la può capire… Ecco, io sono qui nel mio
piccolo a riproporre un fato veritiero, chi vuole ascoltare lo faccia. La
musica è una forma religiosa.
E’ per questo che la sua
musica ha accenti spirituali così evidenti? Non saprei, io
scrivo così, di getto… Qualcuno ha detto che gli artisti, quando creano,
fanno quello che non sanno. Poi segue il lavoro, certo, il ripensamento,
ma l’intuizione artistica è, e resta, qualcosa di misterioso.
Nelle sue composizioni si avverte come una contrapposizione, fra elementi di
grande semplicità e altri di profonda saggezza… Proprio
così. Perché io sono come un bambino di mille anni. Ma è normale, perché i
musicisti sono dei “picchiatelli”, sono tutto e il contrario di tutto,
sono lupi e agnelli, santi e diavoli. C’è sempre un qualcosa di
combattuto, di non risolto, nella mente del musicista…
Alcune sue canzoni sono conosciute e cantate da tutti, basta pensare al
famoso “topolino” di Alla Fiera dell’Est. Ne è
orgoglioso? Lo dico senza falsa modestia: sono già passato alla
storia, senza transitare per la cronaca. I bambini cantano quella canzone,
anche se non sanno chi è Branduardi. Questo vuol dire che è già entrata
nel patrimonio culturale. “Temo” che durerà molto: generazioni di bambini
verranno “rovinate”, perché questa storia del topolino si trasmetterà di
padre in figlio… Ovviamente mi fa molto piacere.
Lei dice
che i suoi concerti sono come un bicchiere vuoto… Sì, lo
dicevo già trent’anni fa, ma può darsi che sia ancora vero oggi. I miei
spettacoli sono un involucro, perché io chiedo partecipazione, non
considero lo spettatore uno a cui vendere qualcosa. Se non c’è un
desiderio di riempire di significato quello che io dico, non servirebbe a
niente…
Oggi, guardandosi attorno, cosa la emoziona di più?
Sempre e solo la musica. Ma quella occidentale, per essere chiaro e sincero.
E cosa la preoccupa maggiormente? Ho un cahier de doleance che
non finisce più… Quindi preferisco dire che non mi preoccupa assolutamente
niente.
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