Settimanale registrato presso il Tribunale di Milano al numero 848 in data 15.12.2004
Direttore Responsabile Claudio MAZZA
PRIMO PIANO
L'esperienza della Cattedra
IL CREDENTE E IL NON CREDENTE CHE È IN ME
di Giovanni Barbareschi e Roberto Spreafico
Uno
degli aspetti più significativi e costitutivi dell’insegnamento pastorale
del cardinal Martini è quello del “coraggio”. Non
tanto o unicamente nel senso di un coraggio tradizionalmente inteso, ma
soprattutto come capacità interiore di porsi, in modo radicale,
domande fondamentali sul proprio essere e sul rapporto con la trascendenza.
Già il motto episcopale scelto per il proprio stemma Pro veritate
adversa diligere... ha di fatto posto l’accento sul coraggio di
affrontare, anziché aggirare o eludere, le avversità; anzi di accettarle
con un atteggiamento così positivo da essere addirittura affettivo, una
modalità esperienziale amata e privilegiata in quanto strada maestra verso
la Verità.
Molte delle opere e delle parole del Cardinale
potrebbero essere interpretate come una provocazione, ma se lette nel
contesto di un lungo e intenso cammino episcopale, e prima ancora di un
lungo e rigoroso esercizio - come lui stesso ci ha insegnato - di
“discernimento”, ci appaiono quanto mai fondamentali e
importanti per un serio cammino, non solo di fede ma anche e soprattutto
di pienezza umana.
Un'iniziativa, tra le molte, a suonare come
sfida e come proposta paradossale è stata proprio la Cattedra dei non
credenti, nella quale il Cardinale ha investito molto dedicandovi
passione e fatica, affrontandola in prima persona con un coinvolgimento
diretto e sostanziale, anche a fronte di difficoltà organizzative, di
dubbi e perplessità e - forse - di qualche “avversità”.
L’iniziativa prese avvio quasi in sordina nell’autunno del 1987, nelle stanze
dell’Arcivescovado, e nel giro di pochi anni gli incontri divennero
talmente seguiti da dover richiedere spazi più ampi per poter contenere le
centinaia di persone che, sempre più numerose, chiedevano di esserci,
sino ad arrivare alle partecipazioni mediante ausili audiovisivi in
diretta.
La risposta della “gente”, credenti e non credenti, è
stata corale e non solo da parte dei milanesi, ma anche di persone
provenienti da altre città. Dal salone di via S. Antonio al
Duomo, alla Camera di Commercio, e, infine, all’Aula Magna dell’Università
Statale di Milano, la Cattedra dei non credenti è stata una
straordinaria “scuola” itinerante, non tanto per l’eccezionale profilo
culturale, ma anche e soprattutto per l’unicità dell’insegnamento a
livello esistenziale e spirituale.
E' stata un'occasione per
credenti e non credenti di incontrare l’Arcivescovo e, per lui, la
possibilità di incontrare la sua gente, al di fuori dagli schemi abituali
e precostituiti delle “visite” programmate e ufficiali.
Certamente chiamare questi incontri Cattedra dei non credenti è potuto
sembrare paradossale o, come qualcuno ha probabilmente pensato, un invito
privilegiato ai “lontani ”.
Forse però si è stati
indotti a un'interpretazione troppo facile della sfida contenuta nella
Cattedra, cioè a leggerla con eccessiva ovvietà, come una apertura ai “non
credenti”, altri rispetto a noi che siamo abituati a pensarci, in modo
piuttosto scontato, come credenti. Eppure, frequentemente il Cardinale
ha richiamato con forza alla necessità di una dialettica innanzitutto
interiore, cioè tra il credente e il non credente che è in noi, prima che
in un rapporto interpersonale.
Ripensandoci, c’è un’analogia
molto stretta tra la Scuola della Parola, iniziativa degli albori
dell’episcopato di Martini, e la Cattedra dei non credenti, iniziativa
propria della pienezza espressiva del suo episcopato. Entrambe
rispondono a una stessa intenzione di fondo caratterizzante il magistero
del Cardinale, quella di sollecitare a essere innanzitutto pensanti.
Da una parte, la Scuola della Parola offre infatti la sollecitazione a
problematizzare la propria fede, dandole un fondamento attraverso
l’ascolto orante e pensante della Scrittura; dall’altra la Cattedra dei
non credenti porta con sé la sfida a problematizzare la propria
incredulità, dandole diritto di parola. In entrambi i casi si è
posti di fronte a una posizione di coraggio, sia che si tratti di
verificare la propria fede, confrontandola e continuamente rifondandola
con la Scrittura, sia che si tratti di affrontare senza paura l’oscurità
del dubbio.
A questa logica si ispira la ribadita distinzione
tra pensanti e non pensanti, preferita a quella tra credenti e non
credenti. Titoli emblematici di due edizioni della Cattedra,
Diamo ragione della nostra Speranza e Il silenzio di Dio
possono essere visti come i poli tra cui si dispiega la tensione della
dialettica interiore di ciascuno di noi.
Infatti, Cattedra dopo
Cattedra, ognuno è stato interpellato, inquietato e sollecitato a
questo esercizio dello spirito da temi di confine, da interrogativi forti.La Cattedra dei non credenti non è stata infatti né una serie di
conferenze, né una sequenza di incontri a tema per un dibattito
intellettuale, come il Cardinale stesso richiamava all’inizio del
secondo incontro della prima edizione il 24 novembre 1987, precisando:
«Non intendiamo tenere delle conferenze sulla fede o sulla non credenza, e
nemmeno fare dibattiti o delle esposizioni apologetiche».
E' stata invece una palestra di addestramento per un dialogo non conflittuale
tra le due istanze interiori di ciascuno, il credente e il non credente,
al fine di promuoverne, attraverso il reciproco inquietarsi, una
pacificazione mai definitiva e continuamente dinamica ed espressione di
una raggiunta maturità umana.
Questa composizione
interiore è ben diversa e lontana dall’apatia o dalla paura di
appropriarsi delle personali, a volte faticose, contraddizioni interiori.
Interessante è rintracciare un'analogia con T. De Chardin, gesuita e
scienziato, che all’inizio del secolo, rivolgendosi ai non credenti
diceva: «L’originalità del mio credo sta in ciò ch’esso ha le sue origini
in due compartimenti della vita abitualmente considerati antagonisti
(essere “figli del cielo” e “figli della terra”)… Ho lasciato reagire in
piena libertà l’una sull’altra, nel fondo di me stesso, due influenze
apparentemente contrarie… Ora dopo tanti anni consacrati alla conquista di
una unità interiore, ho l’impressione che una sintesi si sia operata tra
le due correnti che urgevano in me. L’una non ha ucciso ma rinforzato
l’altra. Oggi credo probabilmente meglio e più che mai in Dio e certamente
più che mai nel mondo».
Questo è stato il senso della
Cattedra dei non credenti, lasciare liberi dentro di noi questi due
mondi nel tentativo di conciliarli in quanto, come ha detto il cardinal
Martini: «Il compiere questo esercizio insieme, con assenza di difese e
con radicale onestà, potrà risultare utile anche a una società che ha
paura di guardarsi dentro e che rischia di vivere nella insincerità e
nella scontentezza».
Chiunque abbia seguito il
Cardinale in questi impegnativi, ma sicuramente affascinanti percorsi non
può non sperimentare, ora che si è concluso un itinerario, un senso di
privazione. Ma il Cardinale ci lascia un insegnamento di vita e una
metodologia di lavoro che, una volta innescata, ha una sua propria
dinamica evolutiva.
La Cattedra si è chiusa il 29 maggio 2002
con l’ultima edizione. Proprio perché non sono state “lezioni” non vi è
nessun attestato. Resta per i pensanti, credenti e non credenti il
proseguire, ciascuno per proprio conto, con le proprie potenzialità e con
il proprio coraggio, lungo il percorso tracciato dall'Arcivescovo.