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Anno 3 - n. 47/2007
22 - 28 dicembre


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in data 15.12.2004

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Claudio MAZZA
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L'esperienza della Cattedra

IL CREDENTE E IL NON CREDENTE CHE È IN ME



di Giovanni Barbareschi e Roberto Spreafico

Uno degli aspetti più significativi e costitutivi dell’insegnamento pastorale del cardinal Martini è quello del “coraggio”. Non tanto o unicamente nel senso di un coraggio tradizionalmente inteso, ma soprattutto come capacità interiore di porsi, in modo radicale, domande fondamentali sul proprio essere e sul rapporto con la trascendenza.

Già il motto episcopale scelto per il proprio stemma Pro veritate adversa diligere... ha di fatto posto l’accento sul coraggio di affrontare, anziché aggirare o eludere, le avversità; anzi di accettarle con un atteggiamento così positivo da essere addirittura affettivo, una modalità esperienziale amata e privilegiata in quanto strada maestra verso la Verità.

Molte delle opere e delle parole del Cardinale potrebbero essere interpretate come una provocazione, ma se lette nel contesto di un lungo e intenso cammino episcopale, e prima ancora di un lungo e rigoroso esercizio - come lui stesso ci ha insegnato - di “discernimento”, ci appaiono quanto mai fondamentali e importanti per un serio cammino, non solo di fede ma anche e soprattutto di pienezza umana.

Un'iniziativa, tra le molte, a suonare come sfida e come proposta paradossale è stata proprio la Cattedra dei non credenti, nella quale il Cardinale ha investito molto dedicandovi passione e fatica, affrontandola in prima persona con un coinvolgimento diretto e sostanziale, anche a fronte di difficoltà organizzative, di dubbi e perplessità e - forse - di qualche “avversità”.

L’iniziativa prese avvio quasi in sordina nell’autunno del 1987, nelle stanze dell’Arcivescovado, e nel giro di pochi anni gli incontri divennero talmente seguiti da dover richiedere spazi più ampi per poter contenere le centinaia di persone che, sempre più numerose, chiedevano di esserci, sino ad arrivare alle partecipazioni mediante ausili audiovisivi in diretta.

La risposta della “gente”, credenti e non credenti, è stata corale e non solo da parte dei milanesi, ma anche di persone provenienti da altre città. Dal salone di via S. Antonio al Duomo, alla Camera di Commercio, e, infine, all’Aula Magna dell’Università Statale di Milano, la Cattedra dei non credenti è stata una straordinaria “scuola” itinerante, non tanto per l’eccezionale profilo culturale, ma anche e soprattutto per l’unicità dell’insegnamento a livello esistenziale e spirituale.

E' stata un'occasione per credenti e non credenti di incontrare l’Arcivescovo e, per lui, la possibilità di incontrare la sua gente, al di fuori dagli schemi abituali e precostituiti delle “visite” programmate e ufficiali. Certamente chiamare questi incontri Cattedra dei non credenti è potuto sembrare paradossale o, come qualcuno ha probabilmente pensato, un invito privilegiato ai “lontani ”.

Forse però si è stati indotti a un'interpretazione troppo facile della sfida contenuta nella Cattedra, cioè a leggerla con eccessiva ovvietà, come una apertura ai “non credenti”, altri rispetto a noi che siamo abituati a pensarci, in modo piuttosto scontato, come credenti. Eppure, frequentemente il Cardinale ha richiamato con forza alla necessità di una dialettica innanzitutto interiore, cioè tra il credente e il non credente che è in noi, prima che in un rapporto interpersonale.

Ripensandoci, c’è un’analogia molto stretta tra la Scuola della Parola, iniziativa degli albori dell’episcopato di Martini, e la Cattedra dei non credenti, iniziativa propria della pienezza espressiva del suo episcopato. Entrambe rispondono a una stessa intenzione di fondo caratterizzante il magistero del Cardinale, quella di sollecitare a essere innanzitutto pensanti.

Da una parte, la Scuola della Parola offre infatti la sollecitazione a problematizzare la propria fede, dandole un fondamento attraverso l’ascolto orante e pensante della Scrittura; dall’altra la Cattedra dei non credenti porta con sé la sfida a problematizzare la propria incredulità, dandole diritto di parola. In entrambi i casi si è posti di fronte a una posizione di coraggio, sia che si tratti di verificare la propria fede, confrontandola e continuamente rifondandola con la Scrittura, sia che si tratti di affrontare senza paura l’oscurità del dubbio.

A questa logica si ispira la ribadita distinzione tra pensanti e non pensanti, preferita a quella tra credenti e non credenti. Titoli emblematici di due edizioni della Cattedra, Diamo ragione della nostra Speranza e Il silenzio di Dio possono essere visti come i poli tra cui si dispiega la tensione della dialettica interiore di ciascuno di noi.

Infatti, Cattedra dopo Cattedra, ognuno è stato interpellato, inquietato e sollecitato a questo esercizio dello spirito da temi di confine, da interrogativi forti. La Cattedra dei non credenti non è stata infatti né una serie di conferenze, né una sequenza di incontri a tema per un dibattito intellettuale, come il Cardinale stesso richiamava all’inizio del secondo incontro della prima edizione il 24 novembre 1987, precisando: «Non intendiamo tenere delle conferenze sulla fede o sulla non credenza, e nemmeno fare dibattiti o delle esposizioni apologetiche».

E' stata invece una palestra di addestramento per un dialogo non conflittuale tra le due istanze interiori di ciascuno, il credente e il non credente, al fine di promuoverne, attraverso il reciproco inquietarsi, una pacificazione mai definitiva e continuamente dinamica ed espressione di una raggiunta maturità umana.

Questa composizione interiore è ben diversa e lontana dall’apatia o dalla paura di appropriarsi delle personali, a volte faticose, contraddizioni interiori. Interessante è rintracciare un'analogia con T. De Chardin, gesuita e scienziato, che all’inizio del secolo, rivolgendosi ai non credenti diceva: «L’originalità del mio credo sta in ciò ch’esso ha le sue origini in due compartimenti della vita abitualmente considerati antagonisti (essere “figli del cielo” e “figli della terra”)… Ho lasciato reagire in piena libertà l’una sull’altra, nel fondo di me stesso, due influenze apparentemente contrarie… Ora dopo tanti anni consacrati alla conquista di una unità interiore, ho l’impressione che una sintesi si sia operata tra le due correnti che urgevano in me. L’una non ha ucciso ma rinforzato l’altra. Oggi credo probabilmente meglio e più che mai in Dio e certamente più che mai nel mondo».

Questo è stato il senso della Cattedra dei non credenti, lasciare liberi dentro di noi questi due mondi nel tentativo di conciliarli in quanto, come ha detto il cardinal Martini: «Il compiere questo esercizio insieme, con assenza di difese e con radicale onestà, potrà risultare utile anche a una società che ha paura di guardarsi dentro e che rischia di vivere nella insincerità e nella scontentezza».

Chiunque abbia seguito il Cardinale in questi impegnativi, ma sicuramente affascinanti percorsi non può non sperimentare, ora che si è concluso un itinerario, un senso di privazione. Ma il Cardinale ci lascia un insegnamento di vita e una metodologia di lavoro che, una volta innescata, ha una sua propria dinamica evolutiva.

La Cattedra si è chiusa il 29 maggio 2002 con l’ultima edizione. Proprio perché non sono state “lezioni” non vi è nessun attestato. Resta per i pensanti, credenti e non credenti il proseguire, ciascuno per proprio conto, con le proprie potenzialità e con il proprio coraggio, lungo il percorso tracciato dall'Arcivescovo.

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