Comunicazione
“Media education”,
una risorsa da promuovere
02.02.2010
di Gianluca BERNARDINI
“Benedetti e maledetti media”: questo potrebbe essere lo slogan o il grido
di allarme per la nostra società sempre più pervasa dalla loro presenza di
massa. A secondo della prospettiva da cui si guarda, possono essere una
maledizione, ma anche diventare una benedizione. Viviamo e respiriamo in
quest’aria mediatica e non possiamo privarcene. Per questo sempre più,
come Chiesa e comunità cristiane, c’è la necessità di riflettere e di
agire per non rischiare di restare fuori sia nel campo della
comunicazione, sia della nuova evangelizzazione, nonché primariamente
dell’educazione.
Per questo venerdì 22 gennaio a Milano si sono
riuniti gli Uffici diocesani lombardi delle Comunicazioni sociali insieme
ai tanti operatori che lavorano in diversi ambiti pastorali (catechesi,
famiglia, scuola, oratorio) per una giornata studio sulla Media
Education.
Diretti e coordinati da Pier Cesare Rivoltella, docente
dell’Università cattolica, insieme a un gruppo di esperti del Cremit
(Centro di ricerca sull’educazione ai media, all’informazione e alla
tecnologia), è emerso che la Media Education non riguarda più
il solo mondo della scuola, ma coinvolge pienamente l’extrascolastico.
A
fronte di una conclamata “realtà virtuale”, che di fatto non esiste, si
deve piuttosto parlare di “realtà aumentata” che si prolunga nella
tecnologia; una tecnologia portatile, presente e invisibile, che coinvolge
la gran parte dei ragazzi (nativi digitali). I nuovi media (come il
cellulare e gli applicativi dei Social Network) stanno spostando il
baricentro delle pratiche individuali e sociali verso l’informale. Proprio
qui l’intervento pastorale può (o deve) inserirsi in termini educativi ed
evangelici. Là dove la scuola sembra accusare “un ritardo” e la famiglia
“un disagio”, lì si inserisce l’opera dell’educatore preparato.
Così
il compito della Media Education diventa non solo risorsa, ma
impegno morale: dal “fare i media” (giornale on line
dell’oratorio, il blog, il canale Youtube o la Web-radio) si
passa e “fare con i media” (il podcasting per la
catechesi, Sms e Twitter per la comunicazione, Facebook per l’aggregazione
e il gruppo, lo streaming per la comunicazione liturgica) per poi
“riflettere sui media”: quale volto e quale identità in Facebook? Quale
verità nella rete? Quali possibilità di promozione dell’uomo? Quale idea
del bene e del male? Quale spiritualità?
Proposte ed esperienze,
in parte attuate, che già insegnano, ma che chiedono la possibilità di
mettersi in rete per creare uno stile operativo sempre più comune. A che
punto siamo? Forse alla tanto declamata urgenza manca ancora la pronta
volontà per agire soprattutto nella prospettiva di una seria formazione,
non solo degli operatori pastorali, ma anche dei singoli presbiteri, a
partire dai seminari.
Siamo perciò chiamati a diventare da partecipanti
a “partecip-attivi”, da spettatori a “spett-autori”.