Si intitola “La sfida della fede”, la lettera che i Pastori delle Chiese di Lombardia indirizzano ai fedeli. Monsignor Franco Giulio Brambilla, vescovo delegato della Cel: «Tornare
alle origini per rinnovare la freschezza»
La scheda |
Ci sono esperienze della vita che toccano pressoché tutti: l’inquietudine del crescere e decidere il proprio futuro, la forza dell’amore che conduce alla scelta di vivere insieme, la gioia per la nascita di un bimbo, la fatica del restare fedeli ai cammini intrapresi, l’angoscia della sofferenza. In queste e altre esperienze elementari è possibile l’incontro con Gesù di Nazaret, poiché il centro della fede non può che realizzarsi al cuore della vita. In un contesto sociale culturalmente pluralista e multireligioso, in cui la trasmissione dell’esperienza credente e della dottrina essenziale della fede non è più scontata, i Vescovi delle diocesi lombarde propongono una riflessione di largo respiro (La sfida della fede: il primo annuncio, 64 pagg, 1,70 euro) che culmina nell’invito a ogni cristiano e comunità a ripensare la propria missione di testimone del primo annuncio e, ancor prima, a lasciarsi continuamente sorprendere dal Vangelo di Gesù Cristo.
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28.09.2009di Luisa BOVE
«Dobbiamo fare di tutto per conoscere sempre meglio la figura di Gesù, per
avere di lui una conoscenza non “di seconda mano”, ma una conoscenza
attraverso l’incontro nella preghiera, nella liturgia, nell’amore per il
prossimo». Con queste parole di Benedetto XVI si concludeva l’ultima
visita
ad limina Apostolorum a Roma dei Vescovi lombardi. Di qui
l’idea dei Pastori delle Chiese lombarde di scrivere una lettera alle
diocesi dal titolo
La sfida della fede: il primo annuncio, pensando
anche ai “nuovi venuti”, dice monsignor Franco Giulio Brambilla, vescovo
delegato della Cel per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi.
Che
cosa si intende per “primo annuncio”?Il primo annuncio
non va inteso secondo un’interpretazione solo dottrinale e neppure in
senso cronologico, come se dovessero seguirne altri. È invece il cuore
dell’annuncio cristiano, che riguarda anche coloro che hanno già una fede
che ritengono adulta. L’importante è tornare sempre alla sorgente,
all’origine, per rinnovarne la giovinezza, la fecondità, la freschezza
della fede. Il primo annuncio si riferisce quindi al primo incontro con
Cristo e non può prescindere dalle conseguenze della vita morale,
liturgica, missionaria...
Nella società di oggi, segnata da «una
cultura consumistica ed edonistica», dal «secolarismo» e
dall’«individualismo», come diceva il Papa, c’è ancora spazio per
annunciare la fede?La scelta che noi abbiamo fatto come Vescovi
lombardi non è stata quella di porre le domande fondamentali della vita
umana, alle quali dare la risposta cristiana. Abbiamo invece immaginato
che questo primo annuncio potesse attecchire in tutti quei momenti di
svolta della vita quotidiana delle persone. La vita infatti vale più di
ciò che noi misuriamo, calcoliamo e produciamo in questa società
consumistica e secolarizzata.
E quali sono questi momenti?Noi
ne abbiamo scelti cinque: la nascita di un bimbo, il cammino
dell’adolescenza e la scelta nella giovinezza, l’amore di un uomo e una
donna, la fedeltà alla famiglia e alla professione, l’esperienza del
dolore e della fragilità. È necessario che la parola cristiana dica
qualcosa all’alfabeto della vita umana. Ora chiediamo ai catechisti, agli
operatori pastorali, ai sacerdoti, ai ministri del Vangelo, agli operatori
sociali di imparare anche loro a dire la parola cristiana dentro la vita
quotidiana (nel volontariato, nella vita comunitaria, nella
professione...). L’importante è partire non dalle domande, ma dalle
esperienze antropologiche, perché sono le soglie di accesso alla fede
offerte a tutti.
Perché i Vescovi lombardi considerano
fondamentale il recupero dell’identità personale?Nella
società consumistica piena di beni, ma povera di significati, la grande
sfida per tutti, credenti e non credenti, è la costruzione dell’identità
personale che non è data a monte di un cammino, ma cresce attraverso le
molte relazioni. Ogni età della vita ha una sua grazia che anticipa quella
che segue, diceva Romano Guardini. Nel rapporto tra il dono promesso e il
suo pieno compimento sta l’identità che apre le soglie di accesso alla
fede.
Nella lettera dei Vescovi si parla anche dei “novizi”
della fede e della Chiesa. Chi sono?Coloro che accedono alla
soglia della fede non pongono domande nella stessa maniera, per questo
abbiamo descritto tre situazioni: quella di chi non è ancora battezzato (i
catecumeni) e il cui numero sta iniziando a lievitare. L’Italia sembra un
ponte naturalmente gettato nel Mediterraneo, quindi ci saranno molte
domande non solo di ricerca di lavoro e sistemazione familiare, ma anche
di ricerca spirituale: a questi “nuovi venuti” bisognerà offrire un vero
ingresso alla fede. Ci sono poi due categorie di persone che hanno
ricevuto i sacramenti, ma sono rimasti a una forma quasi infantile del
sacramento, perché la vita li ha portati lontano. Per loro (i convertiti)
l’esperienza della fede ha prevalentemente un tratto pedagogico: serve per
diventare grandi, ma non per vivere da grandi. Alla terza categoria (i
ricomincianti) appartengono quelli che hanno ricevuto il battesimo, ma
questo è rimasto sulla carta. A loro manca anche la lingua cristiana
infantile, la lingua della memoria, per questo hanno bisogno di una vera
rifondazione della fede e di ritrovare un linguaggio adulto.
A
questo punto qual è il compito delle Chiese lombarde?La
domande alle nostre comunità è se hanno veramente spazi accoglienti che
tengono conto delle nuove situazioni di accesso alla fede. Ai nuovi venuti
non dobbiamo presentare subito una forma di annuncio, una vita
comunitaria, liturgica e di carità così compatta da intimorirli. La
lettera parla invece di spazi di ascolto, luoghi riservati che
costituiscono una soglia di passaggio. Come non si entra subito in chiesa,
ma c’è il pronao (passaggio tra il profano, il sacro e il santo) così deve
essere anche nella vita cristiana. Le comunità non dovranno più pensare a
un annuncio monolitico, ma differenziato, attento soprattutto alle diverse
situazioni di partenza delle persone.