26.05.2009di
Gianni BORSA
Mancano poco meno di due settimane al voto per il rinnovo del Palamento
europeo, occasione importante per riflettere sul futuro dell’Ue. La
costruzione della casa comune europea procede secondo il disegno dei padri
fondatori? Questo progetto sta mantenendo il fascino e, soprattutto, le
promesse (pace, democrazia, sviluppo, difesa dei diritti e delle libertà
fondamentali) che erano all’origine del percorso di integrazione nel
secondo dopoguerra?
Le risposte si differenziano, ovviamente, a secondo
dei punti di vista dai quali si giudica l’Ue di oggi, così come il cammino
compiuto a livello comunitario nell’ultimo mezzo secolo. Allo stesso modo
ci si orienta rispetto al futuro dell’Europa dei 27, confermando posizioni
euroentusiaste da una parte ed euroscettiche dall’altra, con una vasta
gamma di gradazioni comprese fra i due poli estremi.
Ma i cristiani da
che parte stanno? Con l’Europa integrata, solidale e aperta auspicata da
Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo II fino a Benedetto XVI, oppure
preferiscono schierarsi dalla parte dei detrattori dell’Ue? L’edificio
comunitario è una realizzazione politica: dai più ritenuta essenziale e
irrinunciabile nell’era globale, ma di certo migliorabile, sotto vari
punti di vista. L’Europa non è un dogma; semmai una necessità. All’interno
delle sue istituzioni si affrontano mille problemi concreti che riguardano
i cittadini Ue e si cerca di operare anche oltre le frontiere comuni:
basti citare i temi dell’energia, delle migrazioni, dei cambiamenti
climatici, della recessione economica, della sicurezza e della pace...
Necessario un passo avanti
Tali politiche (leggi, progetti, stanziamenti di bilancio, azioni “sul
campo”) appaiono talvolta ispirate da valori alti e da propositi
assolutamente condivisibili; in altri casi sembrano marciare nella
direzione di un positivismo senza anima, di un economicismo senza cuore e
di un relativismo senza radici. «Ma non si faranno svanire tali tendenze
ignorandole o semplicemente criticandole dall’esterno. C’è bisogno di un
impegno critico dall’interno». Il suggerimento viene da monsignor Diarmuid
Martin, arcivescovo di Dublino, in una riflessione tenuta nel marzo scorso
in relazione al futuro referendum che l’Irlanda dovrà affrontare per
ratificare il Trattato di Lisbona, cui l’isola verde aveva detto no nel
giugno 2008.
Il messaggio di Martin appare come una delle
interpretazioni più coerenti della
Ecclesia in Europa, documento
magisteriale firmato da Karol Wojtyla nel 2003 e dei successivi interventi
dello stesso Papa e del suo successore. «I cristiani dovrebbero affermare
il loro coinvolgimento nell’Europa e portare senza vergogna il loro
contributo all’interno delle opportunità democratiche disponibili». Il
vescovo di Dublino aggiunge: «Dal canto suo un’Europa veramente pluralista
non dovrebbe sentirsi minacciata dal messaggio cristiano, che è un
messaggio su un Dio che ama, un messaggio capace di illuminare e
arricchire il progetto europeo».
Allo stesso modo Giovanni Paolo
II aveva affermato
(Ecclesia in Europa, n. 117) la necessità
dell’«apporto di comunità credenti» e «della presenza di cristiani
adeguatamente formati e competenti» per concorrere alla costruzione
europea. Monsignor Martin, non trascurando il mancato riferimento
dell’eredità cristiana nello stesso Trattato di Lisbona, specifica:
«Nell’attuale situazione il modo migliore di opporsi a coloro che
minimizzerebbero il significato del contributo cristiano all’Europa non
sia lamentarsi o gridare per l’assenza di questo riferimento, ma
testimoniare il significato per l’Europa odierna di quei valori perenni
che sono sempre stati alla radice del contributo cristiano».
L’Ue
del futuro ha dunque bisogno di un passo avanti dei cristiani, non certo
di un loro passo indietro.