Recentemente attribuito al ventenne Buonarroti, questo Cristo in Croce oggi esposto al Castello Sforzesco è un vero capolavoro, nonostante le dimensioni "contenute". In mostra fino al 3 maggio.
23.04.2009di
Luca FRIGERIO
«L’autore? Se non è Michelangelo è Dio». Federico Zeri, finissimo
conoscitore d’arte, non lesinava elogi, quando era convinto di trovarsi di
fronte a un capolavoro. Ma davanti a quel piccolo, inedito crocefisso
ligneo, il suo entusiasmo si fece addirittura incontenibile: fu lui,
infatti, alcuni anni fa, ad attribuirlo per primo al genio del
Buonarrotti. Fra gli addetti ai lavori qualcuno all’inizio mugugnò, la
maggior parte fece spallucce. Oggi, dopo che quell’opera apparentemente
modesta, emersa all’improvviso dal mercato antiquario, è stata analizzata,
studiata, accarezzata, più nessuno sembra metterne in dubbio la paternità
michelangiolesca. A Milano il ritrovato Crocefisso di Michelangelo
Buonarroti sarà esposto fino al prossimo 3 maggio, accanto a un altro
capolavoro del maestro toscano, l’intensa, estrema Pietà Rondanini
conservata presso le Civiche raccolte del Castello Sforzesco. Un evento
davvero da non perdere, suggestivo nei suoi molteplici rimandi, evocativo
nel confronto dialettico fra le due opere: così diverse, eppure così
intimamente legate.
Un'opera giovanile
«Chinato il capo, rese lo spirito». È a queste precise parole
dell’evangelista Giovanni che Michelangelo dà forma: il momento esatto del
trapasso, quando tutto si compie, di cui lui stesso, il più amato fra i
discepoli, fu testimone sotto la Croce. Il corpo di Cristo ancora vibrante
nello spasmo della morte, la muscolatura tesa nell’ultimo sussulto
dell’atroce agonia, mentre il volto già si distende nella carezza del
Padre. Mani inchiodate al legno, spalancate dall’alto del Golgota ad
abbracciare l’umanità intera, infine redenta. Gli storici dell’arte ci
spiegano che il giovane Buonarroti – perchè di un’opera giovanile, di
un’artista neppure ventenne, si tratta – raggiunse tale eccellenza nel
modellato anatomico studiando dal vero i cadaveri di quanti morivano
nell’ospedale conventuale di Santo Spirito a Firenze, per la cui chiesa
aveva già realizzato (o realizzerà?) un Crocefisso imponente e maestoso.
Gli studiosi dell’età rinascimentale ci ricordano come il poco più che
adolescente Michelangelo sia rimasto impressionato dalla predicazione
veemente di fra’ Gerolamo Savonarola, che proprio la Passione e Morte di
Cristo era solito porre al centro delle sue pubbliche meditazioni. I
restauratori ci svelano che il blocco di legno scolpito dal fiorentino
scultore era in realtà composto da parti diverse, e che la testa di Gesù
risulta ulteriormente piegata nell’abbandono della morte per l’inserimento
di un minuscolo cuneo sapientemente collocato...
Michelangelo teologo
Tutto vero, tutto giusto. Eppure per comprendere la vera bellezza di
un’opera di tal fatta (quaranta centimetri appena d’altezza: un Crocefisso
pensato per essere appeso in una cella monastica, più che in una
basilica...), non basta ammirarne la maestria dell’autore o comprenderne
l’orizzonte culturale. Perchè solo una fede profondamente interiorizzata,
solo una religiosità autenticamente vissuta, unite a uno straordinario
talento, possono generare simili capolavori: Michelangelo il genio della
Sistina, Michelangelo il teologo con pennello e scalpello. Nella Sala
degli Scarlioni del Castello Sforzesco, così, due "vertici" dell’arte e
della storia michelangiolesca si fondono oggi mirabilmente ed
eccezionalmente nei loro apparenti contrasti: il raccolto messaggio del
piccolo Crocefisso e l’imponente espressività della Pietà Rondanini; il
brunito calore del legno "cesellato" e la candida ruvidezza del marmo
sbozzato; l’orgogliosa fierezza del compiuto in faccia al dubbio sospeso
dell’incompiuto; la rivendicazione di chi prepotentemente s’affaccia nella
grande arte fino al testamento di chi l’arte l’ha fatta grande. Immensa.