La terza ricerca sui conflitti dimenticati,
curata da Caritas Italiana insieme
a “Famiglia Cristiana” e “Il Regno”, fa il punto
anche sul grado di percezione delle guerre
da parte dell’opinione pubblica internazionale
16/01/2009
di Rita SALERNO
Per gli italiani
è fortissimo il legame tra dinamiche ambientali e attività belliche.
È quanto emerge dai risultati della terza indagine intitolata
Nell’occhio del ciclone,pubblicata dal Mulino e
curata, come le precedenti edizioni, da Caritas Italiana in
collaborazione con le riviste Famiglia Cristiana e Il
Regno.
Rispetto ai due studi precedenti (gennaio 2003 e
novembre 2005), che si concentravano sui conflitti armati dimenticati e
sulle loro connessioni con il terrorismo internazionale, il nuovo
lavoro di ricerca prende in esame le connessioni tra conflittualità armata
organizzata e le dinamiche ambientali. Come accade negli scontri
regionali, nel caso del Sudan e delle Filippine, e nelle guerre a
carattere nazionale.
Di più. Lo studio analizza gli esiti
di una indagine quali-quantitativa sui media italiani, europei e
internazionali, rispetto allo spazio occupato da questi argomenti sui
mezzi di comunicazione di massa. Dal sondaggio curato dalla Swg
emerge nettamente che la quota di soggetti che non ricorda alcun
conflitto armato degli ultimi cinque anni è aumentata, rispetto alla
rilevazione del 2004, di quasi tre punti percentuali (dal 17% al 20%).
Tutto questo nonostante l’utilizzo sempre più massiccio di internet a fini
informativi sui conflitti da parte dei più giovani. Sono proprio loro, i
maggiori fruitori della rete, a non saper indicare alcuna guerra, in corso
o passata, in una percentuale che sfiora addirittura il 30%.Anche
l’intensità del ricordo di guerre molto discusse e vicine nel tempo è
piuttosto bassa, tanto che, fatta eccezione per i Paesi in cui sono
impegnati i militari italiani, le altre nazioni in guerra non superano il
10% delle citazioni.
Il ricordo appare fortemente influenzato
dalla vicinanza geografica: Kosovo e territori della ex Jugoslavia sono
impressi nella memoria di molti, mentre si registra scarsa traccia dei
conflitti che da decenni affliggono diverse regioni dell’Africa o del
sud-est asiatico.
Non fa eccezione il dramma del Myanmar,le cui vicende - dalla protesta dei monaci buddisti soffocata nel
sangue dal regime militare alla devastante furia del ciclone Nargis -
sono già state dimenticate da più della metà degli intervistati, mentre
altri hanno confuso le sue sorti con quelle del Tibet.
Nonostante il basso livello d’informazione, l’opinione pubblica
italiana ha però sempre chiaramente mostrato di essere contraria ai
conflitti armati. Gli italiani rifiutano la guerra in quanto dettata
principalmente da ragioni economiche (65%) e politiche (44%) e segnata da
cause che hanno poco a che fare con la tutela della sicurezza
internazionale (7%). Per la maggioranza degli intervistati si tratta
di un fenomeno ingiustificabile, un retaggio del passato da superare
attraverso il progresso culturale (76%).
Stando alla ricerca,
negli ultimi dieci anni sono diminuiti i conflitti nel mondo (erano 24
all'inizio del 2008), ma in compenso sono aumentati quelli interni ai
singoli Stati. Con conseguenze inevitabili per i civili: 573 mila
vittime dal 1994 al 2004, soprattutto a causa di forze governative, con un
aumento del 500% delle vittime imputabili a terrorismo tra il 1998 (erano
2.346) e il 2006 (12.065).
Ma il dato più eclatante è
l'aumento a dismisura (del 900% dagli anni Sessanta a oggi) delle vittime
di catastrofi naturali, a causa delle «peggiorate condizioni di vita della
metà più povera della popolazione mondiale». Nel 2007
si sono verificati 950 disastri naturali, soprattutto in Asia, il
numero più elevato mai registrato, con danni per 70 miliardi di dollari.