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| Area Media |
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| A scuola con i Rom |
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 la mediatrice Antonia Braidic durante
un laboratorio interculturale.
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Intervista - Dal 1983 Licia Brunello lavora in classe con i
ragazzi e incontra le famiglie al campo nomadi di via Idro. Però la
riforma farà sparire la facilitatrice culturale
Lungo il
Naviglio Martesana, all’incrocio con il fiume Lambro, termina via Idro
dove dal 1990 c’è uno dei sette campi nomadi autorizzati dal Comune. Siamo
al confine di Crescenzago a Milano. Il campo di via Idro ha un contesto
campagnolo, confina con un vasto prato dove, specie in estate, pascolano
cavalli, caprette, qualche mucca e maialini allevati dai Rom stanziali di
etnia Harvati. I Rom sono da 35 anni nel quartiere. Harvati è il nome
della regione dell’ex Jugoslavia da dove provengono. Nel campo la
popolazione stimata è di circa 150 persone e 24 famiglie. Più della metà
sono giovani e bambini (da 0 a 18 anni). La peculiarità del campo di via
Idro è quella di avere, tra gli altri campi nomadi, il più alto tasso di
scolarità. Un risultato che premia l’impegno di integrazione svolto dalla
scuola elementare Eleonora Pimentel (via F. Russo) che ospita i bambini
Rom in età scolare dagli anni Ottanta, grazie anche ai pontieri di questa
integrazione non scontata che porta il nome di Licia Brunello, insegnante
di ruolo dall’83. Da quella data Brunello ha iniziato la doppia avventura:
scolastica e con i bambini Rom. Le abbiamo rivolto alcune domande.
Quando è nata questa avventura? All’inizio della mia carriera
scolastica, per puro caso. Essendo l’ultima arrivata fui prescelta dalla
scuola con questo incarico di scolarizzazione dei bambini Rom di via Idro.
Ho assunto il ruolo di facilitatrice culturale. Me ne sono occupata fin
dall’inizio aspettando una nuova insegnante che potesse innamorarsi di
questa situazione e passare il testimone. Cosa che, in parte, è avvenuta
con Angela Sacco, ora insegnante all’Università. Quali le
tappe di questa scolarizzazione dei bambini Rom? Quando ho iniziato mi
sono resa conto che c’erano problemi oggettivi ai quali bisognava dare
risposte concrete e immediate: quaderni, libri, penne, abiti. I soli
supporti didattici non bastavano. I bambini Rom non parlavano l’italiano e
avevano una cultura, schemi e regole completamente diversi dalle nostre.
Dovevamo fornire loro anche una serie di servizi: colazione, docce,
guardaroba, abiti, una stanza con lavatrice per governare tutto questo e
fornire loro dei ricambi. La situazione nel corso degli anni è cambiata
tantissimo anche perché sono migliorate le stesse condizioni e relazioni
al campo e con le famiglie. Una prerogativa della comunità Rom è
l’esistenza di una identità precisa del clan familiare. Questo significa
che esistono famiglie aperte alla collaborazione e altre più diffidenti o
chiuse con i “gagi”, come definiscono tutti coloro che non sono Rom. Da
questo dipende il successo della scolarizzazione. Ancora oggi al campo la
scolarizzazione è abbastanza capillare. Quest’anno sono 17 gli iscritti e
14 i frequentanti. Sette alle medie e 3 alle superiori. Per noi è un
successo. La scolarizzazione si è allargata non solo a tutta la comunità,
ma anche in termini di cicli scolastici. Oggi frequentano anche la
materna. Un fatto impensabile solo qualche anno fa. I bambini Rom
denotano un particolare comportamento in classe? Tolti i primi giorni
di inserimento in classe i bambini Rom hanno un atteggiamento come tutti
gli altri. Ho notato, ma questa è una sensibilità personale, che i bambini
Rom nei confronti dell’insegnante, dell’autorità, assomigliano ai bambini
di una volta. Mi sembrano più attenti, aperti, curiosi e rispettosi. Più
genuini e diretti. Con loro è fondamentale instaurare un rapporto empatico
forte. Al di là del ruolo è essenziale avere una relazione con loro e che
si sentano amati. Di fronte a questo lasciano cadere qualsiasi difesa e,
in parte, ciò si verifica anche per gli adulti. In questi anni abbiamo
creato eventi e promosso attività che potessero realizzare un collegamento
tra la scuola e il campo. Le occasioni sono state le più svariate, tra cui
il Natale e la fine anno scolastico. Con le classi abbiamo fatto uscite
didattiche al campo. Ora stiamo lavorando a un progetto esclusivo per i
bambini Rom: un laboratorio teatrale, nel quale dovranno inventare una
storia per rappresentare le loro tradizioni e la loro cultura. Lo
spettacolo andrà in scena a scuola e al campo a fine anno scolastico.
Ha frequentato il campo di via Idro? All’inizio i Rom sostavano in via
Agordat. Un campo dove le condizioni igieniche erano spaventose. Un
centinaio di persone con una sola fontanella. Fosse biologiche
inesistenti. Avevano costruito latrine a cielo aperto con caduta libera
nel Naviglio Martesana. Abiti usati sino all’indecenza per poi bruciarli
nell’impossibilità di lavarli. Dopo lo spostamento le cose sono
migliorate. Il campo di via Idro è attrezzato di bagni e servizi. Molte
famiglie hanno costruito piccole case di legno, probabilmente abusive:
questo ha migliorato le loro condizioni di salute e li ha obbligati ad
avere più cura delle loro abitazioni. In questo modo si sono sentiti in
una situazione più stabile e protetta. Ho frequentato il campo per molti
anni e per alcune famiglie sono diventata amica. Per loro non sono solo la
maestra. Questa lunga frequentazione si è trasformata, nel tempo, in una
relazione significativa che ha permesso di ottenere risultati che
difficilmente una scuola, con una pur brava maestra, avrebbe potuto
ottenere. Il rapporto individuale con i Rom è molto importante. Ho
conosciuto famiglie Rom che ora abitano nelle case popolari, ho notato che
hanno perso molto di quella cultura che, in un certo senso, li proteggeva
dall’ideologia malavitosa delle città. Entrando in contatto con la
malavita ne sono rimasti contaminati. Per esempio la droga in via Idro non
poteva entrare perchè gli anziani proteggevano i giovani e il campo
attraverso la trasmissione di insegnamenti della loro cultura. Qual
è il futuro per questi bambini? La nuova riforma scolastica
non prevede più la mia figura di facilitatrice culturale. Temo che questo
anno scolastico sarà l’ultimo con tale ruolo. Ciò che mi preoccupa non
sono solo i tagli al personale, ma soprattutto l’eliminazione di tutti i
momenti di collegialità e compresenza, che sono sempre stati il punto
cardine della nostra scuola al fine di riuscire a organizzare gli
interventi un po’ speciali, come quello con i bambini Rom, che
permettevano di dare risposte mirate all’integrazione culturale.
Quest’anno abbiamo subìto nuovi tagli. Avevamo cinque distacchi per
l’integrazione dei bambini stranieri e Rom, ne è rimasta una sola. È un
anno difficile perché devo tentare di dare risposte che siano efficaci e
passare la mia esperienza alle insegnati che avranno questi bambini.
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