Il bilancio conclusivo del viaggio pastorale
in Perù del cardinale Tettamanzi.
Sei i temi: grazia, cammino, fidei donum,
comunione, sobrietà pastorale e discepolato
25/07/2008
di Umberto BORDONI
«Vedere come
la gente l'ha accolto, ha manifestato attenzione, vicinanza e affetto a un
Cardinale venuto da lontano e mai visto prima mi ha fatto pensare molto
alla realtà della chiesa universale». Queste parole semplici di Clara, una
fidei donum laica della fraternità missionaria di Barranca, possono
suggerire il senso dell'esperienza fidei donum per una chiesa locale. È
in fase di conclusione la visita pastorale del cardinale Dionigi
Tettamanzi in Perù: tredici giorni nel paese latino americano per
festeggiare i cinquanta anni della diocesi di Huacho, ma soprattutto per
incontrare i nostri missionari che vi lavorano e recarsi in alcuni luoghi
significativi del loro ministero. A chiusura del viaggio il Cardinale
ha voluto tracciare un primo bilancio e suggerire non tanto delle
risposte a problemi aperti, ma alcuni criteri che possano aiutare, nei
prossimi mesi, nel discernimento comune.
1.
LA GRAZIA Il viaggio in Perù è stato anzitutto una
grazia, quella delle persone incontrate, della comunione vissuta
concretamente, dei piccoli gesti - una benedizione sulla fronte, un
segno di affetto - cercati dalla gente e in particolare dai bambini, una
grazia non solo per i presenti, ma in qualche modo per tutta la Chiesa
ambrosiana.
2. IL CAMMINO L'esperienza
fidei donum in Perù è inziata per la nostra diocesi nel 1989, con l'invio
di don Giuseppe Noli. In quasi vent'anni molti missionari si sono
avvicendati in quella terra per offrire la loro appassionata testimonianza
al Vangelo e spendersi con zelo autenticamente ambrosiano per
l'edificazione della comunità cristiana. Nel cammino di questi
anni e' cresciuto sensibilmente il senso della corresponsabilità: dagli
inizi concentrati solo sulla figura del prete, all'arrivo delle comunità
di consacrate e dei volontari laici, per giungere alle coppie di sposi -
famiglie che evangelizzano - e alle due "fraternità missionarie"
(esperienze di comunione di vita tra un sacerdote e una coppia di sposi:
due vocazioni diverse che si aiutano reciprocamente e insieme, ognuno col
proprio carisma, si prendono cura di un'unica realtà pastorale. «Siamo
qui a scrivere - ha commentato il Cardinale - una pagina della storia
della missione, consapevoli che non e' l'unica, altre la precedono e la
seguiranno. Tutte sono parte di un grande e unico volume» ha
concluso, esortando a coltivare un debito di riconoscenza nei confronti di
chi ha tracciato il cammino, affrontando con responsabilità il nuovo che
avanza, ma anche con la sana ironia di chi non accorda troppa importanza
alla propria opera.
3. I FIDEI DONUM Il
viaggio per l'Arcivescovo è stata occasione di interrogarsi sulla figura
del fidei donum, identificato come «un segno vivo, uno strumento prezioso
della collaborazione e cooperazione tra le chiese». Il fidei
donum non parte a titolo personale, ma e' inviato dalla Chiesa ambrosiana,
col bagaglio della sua ricchezza spirituale e pastorale. Un segno vale
per ciò che indica più che per ciò che fa: per questo e' vitale mantenere
un legame forte con la diocesi che invia, non solo coltivando i rapporti
istituzionali, ma anche quelli con le parrocchie di origine, di
ministero e con quel fascio di relazioni personali di amicizia e
conoscenza che e' senza dubbio prezioso. Non si va con un proprio
progetto, ma a "servizio della chiesa locale", nel concreto
della Diocesi di Huacho, e dunque con l'intento di ascoltare, condividere,
incarnare uno stile pastorale singolare e condiviso. C'è una ricchezza da
comunicare e una da accogliere. L'esperienza di un fidei donum è tutta
relativa al fluire di questo movimento vitale: dare e ricevere. Ma non è
così anche per ogni altro ministero e vocazione? L'incontro
tra il Cardinale e il vescovo di Huacho, mons. Antonio Santarsiero, che
nei giorni scorsi ha aperto la sua casa per ospitarlo fraternamente, ha
reso ancor piu' evidente che a stringere un rapporto di cooperazione nella
diffusione del Vangelo non sono singole persone o gruppi, ma la chiesa di
Milano e la chiesa di Huacho nel loro insieme. L'Arcivescovo ha
sottolineato come anzitutto la nostra diocesi ambrosiana debba lasciarsi
provocare e mettere in discussione dall'esperienza fidei donum e
accogliere cosi' il dono di Dio che i nostri fratelli peruani custodiscono
per noi con il loro stesso essere chiesa.
4.
LA COMUNIONE In un paese di immensi bisogni e minime
risorse pastorali - la diocesi di Huacho ha una trentina di sacerdoti
per circa mezzo milione di abitanti, sparsi su un ampio territorio - emerge
con forza l'importanza e il bene della "comunione". Per
sostenere gli operatori pastorali (sacerdoti, religiose e laici) nella
loro missione il fatto di incontrarsi, pregare insieme, vivere e
testimoniare una esperienza di amore fraterno non può essere facoltativo. La
via della Chiesa passa attraverso la paziente costituzione, in ogni
quartiere, villaggio e "asientamento humano" di una vera comunita'
cristiana che si raduni, nella cappella o locale del posto, per
ascoltare la parola di Dio, celebrare quando possibile i sacramenti e
testimoniare la carita'. "Non so se ci sia un bene piu' prezioso della
comunione. L'essere stesso della Chiesa e' comunione" ha commentato
l'Arcivescovo invitando i fidei donum ad avere un concetto "dinamico"
di comunione, che parta dalla concretezza dei rapporti interpersonali con
l'obiettivo di maturare una vera corresponsabilità per l'efficacia della
missione. C'è un movimento sorgivo della comunione che parte dalla
comunione con se stessi e la propria umanità, per allargarsi a cerchi
concentrici ai confratelli, la cui diversità deve essere stimolo
all'incontro, ai collaboratori diretti - «meglio un passo in meno, ma
insieme" ha concluso un laico missionario -, per giungere all'intera
comunita' come stile di vita.
5.
LA SOBRIETA' PASTORALE «Abbiamo preti troppo affaticati»
ha confidato una laica fidei donum al Cardinale: «Imponga loro un giorno
di riposo alla settimana». Sono cosi' i preti ambrosiani - ma in realta'
anche i laici-: tenacemente ancorati alla concretezza dell'agire
pastorale. Il nostro Arcivescovo non e' da meno, tuttavia ha esortato
con decisione a interrogarsi sull'essenziale. Di fronte
all'impossibilità di arrivare a tutto, occorre operare scelte precise di
"sobrietà pastorale", nella serena consolazione di
affidare alla fine ogni cosa al Signore, che, a dispetto del molto
agitarsi umano, resta l'unico salvatore e il salvatore di tutti; ma anche
nella previdente cura della propria umanità: per durare a lungo e
sanamente nel servizio alla Chiesa.
6.
LA RADICE: IL DISCEPOLATO «La radice viva della
missionarietà è l'essere discepoli di Cristo. Come scrive Sant'Ambrogio:
Omnia Christus est nobis, Cristo è tutto per noi». Con queste parole il
Cardinale ha concluso il suo intervento ai fidei donum del Perù, commentando
alcuni passi della Imitazione di Cristo, presi dalla liturgia delle ore
del giorno, e invitando a mettere al cuore della missione una intensa vita
di preghiera. La maturità della vita spirituale si vede alla fine
nella metodica fedeltà alla preghiera. Gli ha fatto eco don Vittorio, il
più anziano missionario del gruppo: «Per me pregare è riposare in Dio. Mi
diverto quando prego. A volte sono stanco». Don Alberto, l'ultimo
arrivato, ha tratto la conclusione quando ha esortato tutti ad aiutarsi a
vicenda per fissare lo sguardo su Gesù ed entrare così nella sua gioia
perché i poveri accolgono il regno di Dio.