Monsignor Gianni Zappa ha presentato ai giuristi cattolici la lettera del cardinale Tettamanzi agli sposi in situazione di separazione, divorzio e nuova unione
di AnnaSAMMASSIMO Avvocato rotale, membro del
Consiglio Direttivo dell'Unione Giuristi Cattolici di Milano
Lo
scorso 19 febbraio Mons. Zappa, Moderator Curiae dell’Arcidiocesi di
Milano, ha presentato ai Giuristi Cattolici la lettera, pubblicata appena
il mese prima dal Cardinale Arcivesco S.E.Rev.ma Mons. Dionigi Tettamanzi,
ed indirizzata agli sposi in situazione di separazione, divorzio e nuova
unione. Emblematico e suggestivo il titolo della stessa: il Signore è
vicino a chi ha il cuore ferito, quasi a sottolineare la doverosa cura
pastorale della Chiesa nei confronti di queste persone in difficoltà.
Mons.
Zappa ha sottolineato lo stile molto familiare ed aperto, ma nello stesso
tempo deciso e lucido, con cui l’arcivescovo tratta e parla di questi
argomenti così delicati. Il Cardinale stesso, nella lettera, afferma
di coltivare da tempo il desiderio di rivolgersi a quei fratelli ed a
quelle sorelle che hanno il cuore ferito, con una modalità il più
possibile diretta e personale, quasi entrando in casa loro e domandando un
po’ del loro tempo. Questo perché, avvertendo come proprio
imperativo pastorale di essere padre e maestro per i credenti che sentono
di appartenere alla Chiesa, l’Arcivescovo di Milano vuole aprire un
dialogo, ascoltare e ricevere confidenze.
Mons. Zappa ha messo
in evidenza come al centro della lettera in commento, come pure, del
resto, di tutta la pastorale dell’Arcivescovo, c’è sempre la
persona ed il principio del rispetto della dignità della persona:
anche quando e, forse, soprattutto quando la persona vive una determinata
situazione che per tutti noi cristiani è innanzitutto una domanda di aiuto
nonché una vera e propria “prova” per il nostro senso di responsabilità.
Il
Cardinal Tettamanzi, infatti, sottolinea la non estraneità, sua e della
Chiesa, a queste sorelle e questi fratelli amati e desiderati: lungi dal
colpevolizzarli per aver mancato ad un patto, partecipa del loro
travaglio, della loro inquietudine e della loro sofferenza. Egli li
rassicura che la Chiesa non solo non li ha dimenticati, ma non li
rifiuta né li considera indegni: al contrario, li ritiene destinatari di
un “affetto particolare, come quello di un genitore che guarda
con più attenzione e premura il figlio che è in difficoltà e soffre, o
come quello di fratelli che si sostengono con maggiore delicatezza e
profondità, dopo che per molto tempo hanno faticato a comprendersi e a
parlarsi apertamente”. Di più ancora, li rassicura che la loro
ferita, causata dal fallimento del progetto coniugale, ossia di un
progetto in cui avevano creduto e per il quale avevano investito molte
energie, è ferita dell’intera comunità ecclesiale: infatti, “la fine di
un matrimonio è anche per la Chiesa motivo di sofferenza e fonte di
interrogativi pesanti”.
Al riguardo Mons. Zappa,
parafrasando l’Arcivescovo, ha ricordato come anche la Chiesa
consideri non solo lecita, ma inevitabile, in alcuni casi, la separazione:
si tratta di un principio affatto nuovo, anzi tradizionale nel magistero
ecclesiale, a patto, però, che se ne colga il senso profondo ed autentico,
ossia di riconoscere l’inevitabilità di determinate situazioni per
liberare le persone da una gabbia e permettere loro di ragionare con
maggiore serenità. Non si tratta di una “concessione”, anche
perché non è detto che il momento della separazione comporti una rottura
definitiva: può essere un mettersi in condizione di riflettere con più
distacco.
Si legge, infatti, nella lettera, che “la scelta
di interrompere la vita matrimoniale non può mai essere considerata una
decisione facile ed indolore! ... Davanti a una decisione così seria è
importante, però, che non vincano la rassegnazione e la volontà di
chiudere troppo rapidamente questa pagina. Non è detto che tutto sia
perduto: ci sono forse ancora energie per comprendere che cosa è accaduto
nella propria vita di coppia e di famiglia; forse si può ancora desiderare
e scegliere di cercare un aiuto saggio e competente per avviare una nuova
fase di vita insieme; o forse c’è solo spazio per riconoscere onestamente
delle responsabilità che hanno compromesso decisamente quel patto di amore
e di dedizione stipulato col matrimonio”.
Dunque,
l’Arcivescovo invita ad attivarsi con sollecitudine per risolvere la
situazione oppure, ove ciò non sia possibile, ad avere il coraggio
di riconoscere le proprie responsabilità, perché ci sono sempre
le “nostre” responsabilità: “anche se non voluti, anche se posti senza
iniziale malizia, ma solo per superficialità, ci sono gesti, parole,
abitudini e scelte che hanno pesato e hanno determinato un certo esito
della vita a due”.
Riconoscere le proprie responsabilità che
non è - si dice bene - e non deve essere un cadere nell’ “inutile
e dannoso senso di colpa, ma aprire la propria vita a quella libertà e
novità che il Signore ci fa sperimentare quando, con tutto il
cuore ritorniamo a Lui”. Il Cardinale ha parole di conforto e
di incoraggiamento per tutti. Esorta coloro che ancora qualcosa
possono fare per porre rimedio alle conseguenze negative che toccano la
propria famiglia e per cambiare la propria vita, ad agire con coraggio e
sollecitudine. Invita quegli sposi, invece, che hanno sentito come
ingiustizia subita la crisi del loro matrimonio a non dimenticare “la
dolorosa ma vivificante parola della Croce, terribile luogo di dolore, di
abbandono e di ingiustizia dal quale il Signore Gesù ha svelato la
grandezza del suo amore come perdono gratuito e come offerta di sé”.
Richiama
i genitori separati affinché non rendano la vita dei loro figli, spesso
protagonisti innocenti di queste situazioni, ancora “più difficile,
privandoli della presenza e della giusta stima dell’altro genitore e delle
famiglie d’origine”. Aggiunge, al riguardo, la constatazione della
necessità, ora garantita anche legislativamente, per i figli della
presenza di entrambi i genitori, “sia del papà sia della mamma, e non
di inutili ripicche, gelosie o durezze”. Infine, estende queste sue
calorose e confortanti esortazioni anche a “chi ha fatto la scelta,
talvolta subita e quasi ineluttabile, del divorzio e la scelta del
divorzio seguito da una nuova unione, come pure chi vive una situazione di
coppia con una persona separata o divorziata”.
Mons. Zappa,
nel suo intervento, ha anche focalizzato con particolare cura e premura un
punto cruciale della lettera del Cardinal Tettamanzi, ossia quello dello
“spazio” che la persona, dopo la separazione o il divorzio, può avere
nella Comunità ecclesiale. Per spiegare il pensiero della Chiesa
la lettera, oltre a citare sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI, rinvia
alla parola di Gesù circa l’indissolubilità del legame sponsale tra un
uomo e una donna. Così spiega che tale proprietà naturale si giustifica
“perché nel legame del matrimonio si mostra tutto il disegno originario di
Dio sull’umanità e cioè il desiderio di Dio che l’uomo non sia solo, che
l’uomo viva una vita di comunione duratura e fedele”. Ancora, la lettera
chiarisce che “le parole di Gesù e la testimonianza di come egli ha
vissuto il suo amore per noi sono il riferimento unico e costante per la
Chiesa di tutti i tempi, che mai si è sentita autorizzata a sciogliere
un legame matrimoniale sacramentale celebrato validamente ed espresso
nella piena unione, anche intima degli sposi, divenuti appunto una carne
sola”.
Da tali premesse derivano due fondamentali
conseguenze. Innanzitutto che proprio in ragione di questa obbedienza alla
parola di Gesù la Chiesa ritiene impossibile la celebrazione sacramentale
di un secondo matrimonio dopo che è stato interrotto il primo legame
sponsale. Ed in secondo luogo che sempre dalla parola del Signore la
Chiesa fa derivare l’impossibilità di accedere alla comunione eucaristica
per gli sposi che vivono stabilmente un secondo legame sponsale, dal
momento che l’Eucaristia è proprio segno dell’amore sponsale indissolubile
di Cristo per il Suo Popolo: nessun giudizio, dunque, della Chiesa, come
spesso si crede, sul valore affettivo e sulla qualità della relazione che
unisce i divorziati risposati.
L’arcivescovo chiede che il suo
messaggio sia condiviso un po’ da tutti e chiude con la speranza di aver
potuto iniziare un dialogo e l’auspicio che canale privilegiato di questo
dialogo possa essere costituito dall’incontro con i rispettivi sacerdoti,
come pure con coppie e famiglie cristiane che, ricche di umanità e di
fede, sappiano accogliere queste persone in difficoltà, ascoltarli e
camminare insieme con loro sulla strada che tutti siamo chiamati a
percorrere nella vita: quella dell’amore per Dio e per il prossimo.
In
particolare, esorta i fedeli a non chiedere ai sacerdoti “di indicare
soluzioni facili o scorciatoie superficiali”, ma a cercare negli stessi
“dei fratelli, che vi aiutino a comprendere e vivere con semplicità e fede
la volontà di Dio: con voi sappiano ascoltare la parola di Dio,
che è esigente ma sempre vivificante; vi siano di aiuto a proseguire,
anche in questi momenti, nella comunione con la Chiesa”.
Alla
fine della sentita esposizione di Mons. Zappa alcune persone presenti
nell’uditorio, che hanno vissuto sulla propria pelle le situazioni
descritte nella lettera, hanno testimoniato le difficoltà incontrate sul
proprio cammino e l’indifferenza purtroppo spesso riscontrata e
sperimentata da parte degli ambienti ecclesiali, sollecitando anche un
incontro con lo stesso Cardinale. Nel prendere atto di queste dolorose
testimonianze, Mons. Zappa ha esternato che l’impressione di certe
barriere nasce, purtroppo, spesso da una cattiva “letteratura”
ed ha invitato alla lettura diretta dei documenti ecclesiali per avere una
visione immediata del messaggio e della Parola della Chiesa e non mediata
dalla riproposizione, talvolta fuorviante, degli stessi da parte dei
giornali e degli altri mezzi di comunicazione.
Il messaggio
finale di Mons. Zappa può ben riassumersi nell’invito a vivere, nella
nostra fede, verità, misericordia e amore: tali principi
essenziali del cristianesimo vanno sempre insieme perché è sempre l’amore
di Dio l’anima della verità. È un atteggiamento concretissimo che non può
non attraversare la vita e l’attività professionale di tutti i credenti.