9.04.2017

L'itinerario della visita di Francesco non è stato lo stesso della folla incredibile di visitatori del Salone del mobile e della Milano immersa a pieno titolo nel mondo globale. Quella veleggia, come ha detto il cardinale Gianfranco Ravasi, all'altezza delle rondini, come ne La città Invisibile di Italo Calvino. Ha lo sguardo catturato dalla scena contemporanea, dalle luci della moda e della finanza. Raramente guarda in basso. Francesco ci ha guidato tutti, compresi i molti che con la loro opera solidale fanno di questa città un esempio di civiltà, in un percorso diverso. Del tutto nuovo. Con la forza della sua parola e dei suoi gesti. È stato come se il Pontefice si fosse messo a disegnare un'inedita cartografia milanese della misericordia. Sì, perché i luoghi, anche quelli che crediamo di conoscere meglio, cambiano volto e significato in virtù della bontà degli incontri, dei nostri ricordi personali, delle emozioni più profonde. Le case di via Salomone, lo stesso carcere di San Vittore, è come se avessero assunto, dopo il passaggio di Francesco, una fisionomia diversa, una colorazione sorprendente. Non potremo più vederli, passando anche distrattamente, come prima.

L'eredità del 25 marzo - e mai giornata fu così densa e pensiamo anche faticosa per il Pontefice - è riassumibile in poche parole-chiave. Non esistono gli ultimi. Anche nella metropoli che cura, integra, che accoglie con il “cuore in mano”, c'è bisogno di fare di più. E già facciamo molto. Milano avrà anche qualche difetto, ma non quello di ritenersi appagata nel pensare agli altri, al prossimo che soffre. La città è aperta e solidale. Dà riparo a tutti, ma esige ordine e regole. L’anima cattolica ambrosiana rispetta tutte le identità, le fa convivere grazie alla propria secolare saggezza, ma non è disposta a confondersi e arretrare per rendere possibile l’integrazione. La cittadinanza consapevole dà valore all’appartenenza a un territorio. L’attenzione ai poveri è dovere cristiano, ma non va scambiata per un mero pauperismo. Nella città dell’economia, il denaro è strumento indispensabile, non un fine senza valori. Nella capitale del volontariato, il dono del proprio tempo agli altri, a coloro che soffrono e sono emarginati, è un dovere civile, oltre che cristiano. In questo intreccio virtuoso tra cattolici e laici, credenti e non, italiani e stranieri, c’è tutta l’eccezione ambrosiana. Il Papa, con la sua storica visita, l'ha interpretata a modo suo, le ha dato nuovo vigore, ha scosso qualche ramo immobile, ci ha dato fiducia ed entusiasmo.

L'arcivescovo Angelo Scola ha guidato con sapienza e saggezza una visita che rimarrà come un evento unico, irripetibile, nei cuori di tutti, anche di coloro che non hanno seguito né la Messa a Monza, né le varie tappe del corteo papale. L'intera diocesi ha dato prova di efficienza e preparazione. Lo scambio con il clero meneghino in Duomo è stato tutt'altro che rituale e scontato. Le domande al Papa erano vere, dirette, coglievano tutta l'angoscia dei sacerdoti di non essere sempre all'altezza delle sfide della secolarizzazione. Ascoltando domande e risposte, anche un laico poteva esserne rasserenato. C'era in quello scambio così profondo la consapevolezza della missione pastorale e l’importanza di promuovere una cittadinanza viva, aperta.