Obiettivo, «creare una nuova classe dirigente capace di andare oltre i populismi». Iscrizioni entro il 2 ottobre, in allegato manifesto e moduli per la domanda d'ammissione

di Annamaria BRACCINI

© Michele Pelosi

La politica come costo pubblico eccessivo e ingiustificato, come strumento inadatto al presente, insomma, come forma istituita e regolata, più di danno che di utilità. Parte da domande che ci interrogano ogni giorno come cittadini (e dovrebbero farlo anche come cristiani) l’affollato incontro che svolge a Palazzo Clerici, negli spazi dell’Ispi, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. Introdotto dal presidente esecutivo e direttore dell’Ente, Paolo Magri, l’assise é l’importante occasione per presentare il Corso, altrettanto rilevante, di introduzione alla politica promosso dall’Arcidiocesi di Milano in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore, l’Ispi e “Iustitia”, la rivista dell’Unione dei Giuristi Cattolici Italiani.

Con la moderazione di Venanzio Postiglione vicedirettore del Corriere della Sera, si avvia la serata, presenti rappresentanti delle Istituzioni, volti noti del mondo politico e sociale, futuri partecipanti al Corso, giuristi, tra cui Benito Perrone, condirettore di “Iustitia” e vicepresidente centrale dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani.

«La speranza di tornare a rivedere le stelle di un tempo migliore, è giustificata», dice il prorettore della “Cattolica”, Francesco Botturi, che aggiunge: «“Verso un mondo senza politica?” – titolo dell’incontro e dell’intero Corso – non è un interrogativo retorico o di scuola. Occorre chiedersi se il regime democratico rappresentativo sia fallimentare. Discende da qui il dubbio sul valore e l’ efficienza della stessa rappresentanza politica, andando dritti alla questione della democrazia, criticata strutturalmente».

Non a caso, riflette ancora Botturi, «è tornato alla ribalta qualcosa che credevano debellato, il populismo, quale segno di crisi rappresentativa».

Tra i populismi e l’estremo opposto, il pericolo di un. “dirigismo tecnocratico” – laddove il primo è una mossa reattiva alla politica ritenuta inutile, mentre nel secondo caso, tende a sostituirsi ad essa – la situazione è comunque grave, specie oggi. «L’inclusione del mondo degli uomini in un mondo tecnocratico,immette nuovi poteri, evidentemente, creando forme di tensione tra istanze tecnosociali ed esigenze della politica. È su questa trama di domande che si struttura il Corso che vuole essere iniziativa di interrogazione e, quindi, di lavoro».

A illustrare la struttura di questa scelta è Giancarlo Rovati, direttore del Dipartimento di Sociologia della “Cattolica”. «Si tratta di ragionare insieme, lavorare insieme, agire insieme. Nei quattro incontri residenziali (a partire da ottobre 2017 fino a febbraio 2018, nelle sedi di Villa Cagnola di Gazzada e presso l’“Istituto Paolo VI” di Brescia) vi saranno, per ognuno, due giorni residenziali di studio, ascolto, workshop articolati in tre Sessioni.

Brevi lezioni introduttive a più voci, poi, interventi e testimonianze di protagonisti della vita sociale, un film e laboratori di approfondimento, coordinati da un tutor in cui sono primi attori i partecipanti stessi. Molto ricco anche il programma dei temi trattati: la crisi della politica internazionale e di casa nostra, di quella tradizionale e la richiesta della democrazia diretta. Poi, i due secondi moduli di gennaio e febbraio che tenteranno di dare una risposta, in chiave di ricerca conoscitiva, a temi delicati «al bene comune nella società plurale e alla possibilità di fare a meno delle Istituzioni».

Insomma, non una serie di conferenze, ma un percorso residenziale e dialogico vòlto a maturare la strada per un impegno nella politica.

Gli interventi

Proprio dal titolo del Corso, parte l’intervento di Luciano Violante, presidente emerito della Camera dei Deputati. «Se dietro questa domanda c’è ne fosse un’altra, ossia se è possibile un mondo senza democrazia, è chiaro che sarebbe drammatico».

«Ricordiamoci che la democrazia è minoranza nel mondo e che i Paesi democratici sono diminuiti, negli ultimi 10 anni, essendo attualmente solo 40. Come mai la democrazia ha meno appeal che nel passato e i leaders non democratici godono, invece, di grande popolarità?».

Evidente, suggerisce Violante, che «se si intende la democrazia unicamente come una tecnica di governo, essa è soccombente». Semmai, occorre domandarsi perché si sia arrivati a questo punto.

«Quello che sta venendo meno è il mondo costruito dall’illuminismo, sul ragionamento, con due elementi di criticità particolare: la differenza tra il pensante umano e quello non umano che pone le basi di una nuova tecnologia diversa dal passato», basti riferirsi agli algoritmi. Inoltre, naturalmente, le grandi migrazioni.

«Da una parte, negli anni, abbiamo utilizzato la ragione come un divano e ci siamo semplicemente sdraiati sopra, dall’altra, assistiamo all’emergere di princìpi di romanticismo come la patria o il leader».

Che fare, allora? «Oggi credo che si debba porre il problema di costruire una nuova classe dirigente che riconnetta i saperi e il rapporto tra le generazioni che si è spaccato nel 1992-’93, più o meno, non a caso, quando si sono formati i giovani governanti di oggi, in un clima di profondo discredito e di delegittimazione dei politici. Dobbiamo mettere in moto un meccanismo di creazione di classe dirigente capace di andare oltre la divisione tra tecnici e politici. Non sono gli algoritmi che risolvono i problemi, ma la politica che, quando è seria, ha in sé un valore umano».

Populismo e dovere dei cristiani

A Maria Pia Garavaglia viene chiesto come vedere l’impegno dei Cattolici in politica e se, questo stesso, sia in declino. Senza mezzi termini la risposta della Presidente dell’Istituto Superiore di Studi Sanitari.

«C’è chi ha pensato che la democrazia fosse esportabile e, da allora, sono diminuite le democrazie. Non basta che esista un sistema organizzato che abbia la sostanza e la parvenza di sistema democratico. La democrazia corrisponde all’ideale di rappresentanza o è diventata una giustificazione di un sistema in cui il popolo non si sente più rappresentato? L’assenza della conoscenza storica anche nei nostri governanti come pure della geopolitica, ottengono come risultato che coloro che pure rappresentano forme democratiche diventano dei ‘reggicoda’ dei populisti».

Questo, il vero, grande pericolo, per Garavaglia.

«Il populista è antieconomico da ogni punto di vista anche nel raccogliere il consenso». Disprezzando tutto, alla fine, si fa il male anche del proprio partito. «Corriamo di rischio di avere chi rincorre i populisti e perde consenso al proprio partito di appartenenza». Gli esempi sono lampanti: in Francia chi ha fatto parte del parlamento per 30 anni e condanna le élites (prendendo una severa batosta, peraltro); Cameron della Camera dei Lords che spera di imporsi come anti-sistema…… «Occorrono classi dirigenti che siano orgogliose della propria appartenenza».

Infine, la domanda delle domande: «Si può fare politica solo attraverso la rete?».

«Per non temere tali fenomeni dobbiamo attrezzarci a governarli. Il tecnologo non può diventare classe politica perché è per definizione autoreferenziale. Il progresso, invece, è un elemento di sviluppo anche umano. La politica è umanistica per eccellenza. Chiediamoci cosa fare come Cattolici. Non dimentichiamo che il Papa stesso ha chiesto di fare politica».

Il pensiero va al cardinale Bassetti che, nel suo primo discorso quale presidente della CEI , ha citato

Giorgio La Pira e don Mazzolari, ma anche al cardinale Nicora che, negli anni ’80, promuoveva proprio presso Villa Cagnola incontri a metà tra la Formazione sociopolitica e gli Esèrcizi Spirituali. «Non fare politica, per un cristiano, e un peccato di omissione, perché dobbiamo sapere cosa stiamo a fare in questo mondo. La politica con la “P” maiuscola è l’attuazione integrale e quotidiana delle opere di misericordia».

Un esempio? Visitare i carcerati, vuol dire fate buone leggi che rispettino le persone. «Il bene comune per il cristiano è la forma più esigente di carità».

Più che una possibilità, a cui peraltro il Corso offre un’interpretazione di alto livello, un imperativo. Come si evince dalle parole del vicario episcopale, monsignor Luca Bressan, cui è accanto anche don Walter Magnoni, responsabile del Servizio diocesano per il Lavoro e Vita Sociale.

«Convinti che i Cristiani possono contribuire al bene di tutti (e intendono farlo!), la Diocesi promuove il progetto. L’iniziativa intende rispondere a due obiettivi: accrescere il livello di comprensione che ogni cittadino ha della politica, dei compiti che le sono affidati e delle sfide con cui si deve misurare e dare ragioni e motivazioni a coloro che intendono impegnarsi in modo diretto nella politica attuale, convinti che anche questo sia uno spazio di testimonianza».

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