Al Decanato Giambellino celebrazione ecumenica con la presenza dell’arcivescovo Mario Delpini e i rappresentanti delle Chiese cristiane di Milano

di Annamaria BRACCINI

parrocchia-Santo-Curato-d'Ars

Una Veglia ecumenica di Pentecoste organizzata dal Consiglio delle Chiese cristiane di Milano e dal Decanato Giambellino in quattro significative tappe, ognuna delle quali dedicata a un singolo tema. Sarà quella che sabato 19 maggio, a partire dalle 20, attraverserà il Decanato riflettendo e pregando sulla questione complessiva del “Tessere relazioni, costruire legami”. «La Veglia ecumenica di Pentecoste è una delle attività principali che il Consiglio delle Chiese cristiane promuove dalla sua fondazione, quindi da 20 anni – sottolinea la presidente Sara Comparetti -. L’interesse e l’obiettivo del Cccm è realizzare la Veglia sul territorio, cercando di scegliere sempre Decanati diversi e, possibilmente, periferici. Quest’anno abbiamo individuato il Giambellino. La risposta è stata ottima: così, con un lavoro congiunto tra Consiglio e Decanato, si sono elaborati Veglia e percorso. Anche i fedeli egiziani copti – che nel Decanato hanno una buona presenza, pur senza un loro luogo specifico di culto – sono stati coinvolti».

Con la presenza dell’Arcivescovo e dei rappresentanti delle Chiese, la Veglia si avvierà dall’Istituto penale minorile Beccaria (via dei Calchi Taeggi 20), da cui partirà la prima tappa (“Legami feriti”). Alle 20.30, sul piazzale della parrocchia di San Giovanni Battista alla Creta, la seconda tappa dal titolo “Lasciatevi riconciliare”. Poi si proseguirà arrivando alla Casetta verde di via Odazio, per la sosta “Ricostruiamo la casa”. Infine, in largo Giambellino, presso la parrocchia del Santo Curato d’Ars, si approfondirà il tema “Il miracolo dello Spirito: sinfonia di voci” (in caso di maltempo la Veglia si svolgerà dalle 20.30 nella parrocchia di San Giovanni Battista alla Creta).

Come si è preparato il Decanato? Lo chiediamo al decano e parroco di San Vito al Giambellino, don Antonio Torresin: «A noi è parsa un’occasione per dare un segnale di ricostruzione del tessuto sociale, senza il quale la riqualificazione urbanistica, in cui il quartiere è impegnato, rischia di non raggiungere gli effetti sperati. Non basta rifare le strade e le case, bisogna ricostruire la casa comune. Tra parrocchie, Decanato e Cccm abbiamo lavorato bene».

La zona Giambellino-Lorenteggio è, come altre periferie di Milano, un laboratorio di convivenza etnica per l’alta percentuale di stranieri. Una Veglia celebrata da tutte le confessioni cristiane può essere un segno per la città?
Certamente. L’idea è che le differenze non impediscono l’unità, anzi, ne sono il tratto qualificante. Il problema non è creare uniformità. Anche noi, d’altra parte, all’interno del cristianesimo conosciamo la divisione nei diversi modi di leggere la fede e, dunque, poter procedere in un percorso ecumenico significa creare una comunione delle differenze. Questo è un segno per la città che vive una medesima fatica: imparare a costruire un tessuto sociale condiviso nelle differenze, senza annullarle, anzi, riconoscendo in esse una risorsa, un valore, una ricchezza.

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