14.03.2017

Pubblichiamo l’intervista che il cardinale Angelo Scola, Arcivescovo di Milano, ha rilasciato a don Antonio Rizzolo, direttore di Famiglia cristiana, e che è stata pubblicata dal settimanale paolino e dal mensile Jesus.

Una decina di ore in tutto, dalle 8 alle 18,30, e cinque tappe scelte con cura perché lì più che altrove s’intrecciano dolore e speranza, passato e futuro, polvere e infinito: la zona periferica della Case bianche di via Salomone, il Duomo, il carcere di San Vittore, il parco di Monza trasformato in enorme chiesa a cielo aperto, lo stadio Meazza di San Siro colorato di giovani freschi di Cresima, padrini, madrine e catechisti. Sabato 25 marzo Jorge Mario Bergoglio abbraccia Milano, il suo saper essere al tempo stesso Italia, Europa, mondo con tutto ciò che questo comporta in termini di grandezza e di contraddizioni. «È una visita, ma ancora più un gesto d’affetto», precisa l’arcivescovo Angelo Scola, 75 anni compiuti da poco, lombardo di Malgrate, in provincia di Lecco, figlio di un camionista e di una casalinga diventato apprezzato teologo e cardinale di Santa Romana Chiesa. Giovanni Paolo II lo ha nominato Patriarca di Venezia. Benedetto XVI gli ha affidato Milano. Era l’estate del 2011. Oggi s’appresta ad accogliere Francesco. «Molte altre città europee avevano chiesto la sua presenza, ma lui ha scelto noi, facendoci un grande dono», esordisce parlando con Famiglia Cristiana e con Jesus.

Che cosa si aspetta?
Il Papa viene per confermarci nella fede e nell’amore. Anche Milano e le terre ambrosiane ne hanno bisogno più che mai, in questa fase di cambiamento epocale. Una volta archiviati Gesù Cristo e la Chiesa (si sente sempre più parlare di postcristianesimo) ci si consegna mani e piedi alla tecnoscienza, cioè a un mix di scienza e di tecnologia convinti di potere, a suon di algoritmi, individuare la figura dell’uomo del futuro. Non dovrà più essere, come ci ha insegnato la tradizione, una persona a tutto tondo, capace di dare un senso al vivere e al morire, al gioire e al soffrire, all’amare e al lavorare, ma piuttosto, secondo l’inquietante formula del filosofo tedesco Marc Jongen, l’uomo sarà sempre più il prodotto del suo stesso esperimento.

Come pensa potrà reagire Milano? 
Papa Francesco non si stanca di annunciare, con i gesti prima che con le parole, una Chiesa estroversa, instancabile nell’andare incontro ad ogni donna ed ogni uomo. E l’apertura è nel DNA storico e perfino “geografico” di Milano. Dalla sua visita mi aspetto un beneficio per tutti; per i cristiani in termini di approfondimento della sequela di Cristo e per chi ha altre fedi oppure pensa, o dice, di non credere, la scoperta della bellezza della dignità personale di ogni “altro” e della solidarietà con ogni “altro”. E qui conta molto quello che io reputo un contenuto di fondo dell’azione del papa: l’abolizione del criterio di esclusione, a tutti i livelli; il superamento di quella che egli chiama “cultura dello scarto”. Non c’è più né ebreo né pagano, né uomo né donna, né schiavo né libero, scriveva già san Paolo. Un principio, questo, che esprime con radicalità il Vangelo.

Milano è crocevia di culture, fecondo laboratorio di integrazione, ma anche culla della Lega Nord e incubatrice, a volte, di xenofobia e di razzismo…
In ogni società fenomeni che si impongono in termini tanto rapidi e indominabili generano paura. Scandalizzarsi della paura è sbagliato, così come è profondamente sbagliato, oltre che non risolutivo, strumentalizzarla. Bisogna chiedersi piuttosto da dove nasce la paura e perché si diffonde. E capire che cosa si può fare per vincerla. Un’immigrazione massiccia e disordinata come quella che sta avvenendo, ha alla base anche un sistema di violenza e di ingiustizia: pensiamo alla piaga degli scafisti, della tratta delle donne e dei bambini, dei minori non accompagnati… È chiaro che una cosa di questo genere spaventi. Però, per come io conosco la realtà milanese e lombarda - e nella visita pastorale sto incontrando migliaia di persone... - parlare di razzismo mi pare fuorviante. C’è un grande lavoro educativo da fare.

La Chiesa ambrosiana lo sta facendo?
Sì. Penso ad esempio agli oratori milanesi e lombardi che accolgono tanti bambini musulmani, con quelle attenzioni particolari suggerite dal voler bene. Penso inoltre alle molte iniziative per aiutare profughi e migranti ad imparare l’italiano, a fare qualche lavoro, coniugando ascolto, formazione e aiuti concreti. Io sono sempre impressionato dall’impegno della nostra Chiesa, soprattutto dalle comunità ecclesiali del Sud che ammiro.

A Milano c’è Piazza Affari. La città è una capitale finanziaria, in grado di generare ricchezza ma anche corruzione, come ci ricordano i 25 anni di Mani pulite. Può esistere un capitalismo dal volto umano? Come vivere da cristiani la realtà dell’economia?
Siamo di fronte all’arduo problema della relazione tra finanza e produzione. Già Benedetto XVI si era spinto molto avanti parlando dell’urgenza di allargare i confini della “ragione economica” introducendo nell’economia il principio di gratuità. Il che non significa fare l’elemosina di tanto in tanto. Secondo papa Ratzinger si tratta di modificare la concezione del lavoro non riducendone lo scopo all’equo profitto. Il principio di gratuità ha a che fare, per esempio, con il gusto delle cose fatte bene. Questo vale anche per la finanza, in quanto strumento che consente al mondo della produzione di avere, nel medio periodo, i mezzi economici necessari a far progredire le imprese, chi vi lavora, la società intera. Senza lasciare nessuno indietro.

Cosa intende dire?
Ricordo quegli artigiani che, quando costruivano una sedia, ne rifinivano con cura ogni particolare, anche quelli non visibili. In parole povere il principio del gratuito coincide con il fare bene. Ed indica alla finanza una chiara prospettiva etica. Negli ultimi anni in questo campo si è registrata una pesante involuzione. Il denaro è stato trattato alla stregua di merce, la speculazione s’è messa a correre a briglie sciolte. Tutto ciò ha prodotto crisi e povertà crescenti. Questo vale in particolare per il mondo giovanile, ma anche per i cinquantenni che perdono il lavoro. Ci sono molte famiglie con due figli che devono vivere con meno di 1.000 euro. Quanta sofferenza scopro attraverso i centri di ascolto e le Caritas...

Come si può evangelizzare una città come Milano?
Facendo tesoro dello stile di papa Francesco. Il cristianesimo non è in primis né una dottrina né una morale; è l’incontro personale con Cristo, che diventa facilmente “contagioso”. Se infatti la gente incontra qualcuno segnato da Cristo capisce che Gesù spiega l’uomo all’uomo, si fa carico dei suoi limiti e li riscatta.

Non mancano i problemi…
Sì, certo. Ma molti, neanche dei giovani, non sono in sé e per sé contrari alla fede. Lo dico con l’esperienza maturata in 26 anni di episcopato. Solo - penso soprattutto alle generazioni di mezzo - si sentono schiacciati dal ritmo di vita a cui sono costretti. Quante persone devono farsi un’ora o due di auto in tangenziale per tornare a casa, arrivando a sera - e alla domenica - stravolte? Come si può pensare di portarle in parrocchia? Da questo punto di vista bisogna cambiare molto, mettendo in conto di andare noi da loro. Questo comporta che i laici assumano fino in fondo il loro ruolo di soggetti della Chiesa, abbandonando definitivamente quello mortificante, anche se forse più comodo, di clienti. Non amo parlare di una pastorale dei lontani, perché ogni uomo e ogni donna ha a che fare tutti i giorni col problema degli affetti, del lavoro, del riposo, del dolore fisico e morale, del male, dell’aldilà. Siamo chiamati ad abitare gli ambiti della vita dell’umano.

Ci sono stati due Sinodi sulla famiglia, confluiti nell’esortazione di papa Francesco Amoris laetitia, intorno alla quale non sono mancate polemiche che hanno coinvolto lo stesso Pontefice. Come è stato vissuto tutto questo nella sua diocesi e, in particolare, quali indirizzi lei come vescovo ha dato ai preti e ai fedeli, anche sui separati, i divorziati risposati, le coppie omosessuali?
Io reputo che la grande novità delle due assemblee sinodali, ripresa anche nell’Esortazione, è quella di aver indicato la famiglia come un soggetto diretto dell’annuncio di Cristo. Questo implica, in estrema sintesi, uno stile di vita che testimonia un amore gratuito che non pretende nulla in cambio, teso ad amare in ogni istante come se fosse l’ultimo. Un amore fedele e fecondo, capace di affrontare le crisi non di rado inevitabili.

E circa le famiglie ferite? 
Queste persone non sono fuori dalla comunione della Chiesa. Già la Familiaris consortio (1981) elencava le modalità di partecipazione e la Sacramentum caritatis (2007) ne indica addirittura nove. Per quanto riguarda l’Amoris laetitia, a me sembra che Francesco non abbia voluto dare altre regole rispetto a quelle dei suoi predecessori. A Milano abbiamo deciso di istituire un ufficio apposito per accogliere ed accompagnare chi ha alle spalle separazioni e divorzi ed offrir loro uno spazio di ascolto e di dialogo, oltre che di fraterno e competente consiglio. Esso ha sedi a Milano, Lecco e Varese. In pochi mesi più di 600 persone si sono rivolte a tale ufficio. Comunque le due Assemblee sinodali hanno un po’ sottovalutato l’importanza del rapporto tra Matrimonio ed Eucaristia. Anzi, è emersa una concezione che rischia di oscurare la natura ecclesiale dei Sacramenti così come è ben espressa dalla Lumen Gentium 11: il nesso stretto tra Matrimonio-Eucaristia va compreso all’interno di questa visione globale. L’Eucaristia non può essere ridotta a “mezzo di santificazione personale” – questo elemento c’è, ma non è l’unico, né quello fondamentale. L’Eucaristia fa la Chiesa ed esprime la comunione ecclesiale. Il matrimonio a sua volta è sacramento dell’unione indissolubile tra Cristo e la Chiesa e, quindi, c’è un nesso oggettivo tra vincolo indissolubile e comunione ecclesiale che non va mai sottovalutato. La Chiesa è sempre stata molto attenta al riguardo ed è per questo che ha sempre proposto al popolo cristiano, soprattutto ai giovani, la necessità del per sempre del matrimonio. Non pochi hanno messo in evidenza, in occasione dei due Sinodi, che il “per sempre” è uno degli elementi per cui la Chiesa ha costantemente insegnato che chi si trova in una situazione cosiddetta irregolare e non può, per motivi validi, regolarizzarla, non è in condizione di accedere alla comunione sacramentale. A meno che si impegni alla continenza perfetta.

Nella sua esperienza di arcivescovo di Milano, qual è stata la sua gioia più grande e qual è stata la situazione di maggior sofferenza?
La mia gioia più grande è il rapporto con il popolo di Dio, nelle tante occasioni in cui incontro la gente. Lì, anche se in un tempo brevissimo, si toccano con mano la fiducia e la gratitudine delle persone per i segni della paternità di Dio nella loro vita. L’elemento, invece, di maggior prova e che più mi ha stimolato alla preghiera è una certa impotenza di fronte alla dura vita dei sacerdoti, che viene drammaticamente a galla nei casi delicati. Qui mi sono sentito spesso molto inadeguato. In una diocesi grande come la nostra è impossibile avere un rapporto diretto con tutti. A Milano, tuttavia, c’è un affetto e una stima “a priori” per l’arcivescovo. E questo mi commuove, anche se mi sento spesso impotente a corrispondere. Credo si tratti di un limite invalicabile. Mi hanno detto che già il cardinale Schuster diceva che fare l’arcivescovo di Milano è un “mestieraccio”. Lo posso confermare, ma è un mestieraccio pieno di fascino e di avventura.