16.04.2017

In una radiosa giornata di sole, con il Duomo che si staglia, magnifico, sullo sfondo di un cielo azzurrissimo, si celebra “il vero giorno di Dio, radioso di santa luce”, come recita l’Inno del patrono Ambrogio. 
È la mattina della Pasqua di Risurrezione del Signore e, tra le navate della Cattedrale, i fedeli ne cantano la gioia, partecipando al solenne Pontificale presieduto dal Cardinale Arcivescovo cui sono accanto una ventina di sacerdoti, tra cui i membri del Capitolo metropolitano. I Dodici Kyrie della Liturgia ambrosiana, i gesti liturgici, le tre Letture tratte dal Nuovo Testamento – attraverso pagine degli Atti degli Apostoli, della I Epistola ai Corinzi e del Vangelo di Giovanni –, definiscono «la realtà della vita nuova di Gesù che i primi discepoli hanno sperimentato di persona», nota subito il cardinale Scola «Il fatto che il Risorto si sia fatto vedere è l’esperienza che introdurrà la Chiesa, quindi anche noi, nella novità della Pasqua di Gesù vivo oggi, qui ed ora».
Così, come ai discepoli divenuti apostoli, «in forza dell’aver visto Gesù» e non per loro meriti personali, anche a noi oggi è chiesta – suggerisce l’Arcivescovo – una testimonianza limpida e coraggiosa per annunciare la gioia del Vangelo che «è la parola dominante nella Pasqua e nella prospettiva della vita eterna già anticipata nell’Eucaristia di cui il cristiano può godere». 
Un essere tra noi del Risorto, d’altra parte, sperimentato da Milano e dall’intera Diocesi più volte nell’ultimo mese con «l’indimenticabile esperienza della Visita di Papa Francesco; con il commovente “spettacolo” delle decine di migliaia di persone delle 7 zone pastorali che hanno seguito la reliquia del Santo Chiodo nella Via Crucis o le tantissime che hanno partecipato o ancora stanno vivendo le tappe della Visita pastorale».

«Milano, popolo di Dio»  

«In tutte queste occasioni Milano si è riscoperta essere il popolo di Dio. Credenti e non credenti, fedeli di altre religioni, milanesi di antico lignaggio o di nuova adozione, tutti hanno ritrovato la fierezza di questa appartenenza al popolo È qui sta il ridestarsi della speranza. Secondo la più genuina storia della nostra gente ci siamo riscoperti a “guardare al presente con audacia – per usare parole del Papa – non corrosi dalla rassegnazione che conduce all’accidia, a quell’atteggiamento di disimpegno che è fonte di tristezza, ma desiderosi di costruttività. Questo indomabile sguardo positivo lo impariamo sempre meglio se, con umiltà ,guardiamo a tutte le nostre terre e alla città dalle periferie esistenziali», indica il Cardinale. 
Nasce così, appunto, la responsabilità, vedendo «la luce del Risorto che già trasfigura le tenebre opache del male, in tutte le circostanze, anche le più dure e drammatiche, e in tutti i rapporti, anche i più difficili e ostili». 
Il riferimento è ai fedeli Copti «che non hanno rinunciato a vivere insieme le Celebrazioni della Pasqua dopo i gravissimi attentati», ai «nostri fratelli in Congo, dove infuriano gravi tensioni militari con numerose uccisioni, come ci hanno scritto i nostri missionari ambrosiani chiedendoci preghiere», ma anche «all’infaticabile dedizione silenziosa di moltissime persone che si spendono per sostenere, curare, accompagnare la vita più fragile, debole e ferita fino all’ultimo suo palpito negli ospedali, nei centri di accoglienza e nelle scuole, nelle carceri e nelle nostre case»
Segni, questi, «della speranza in atto generata dallo Spirito del Risorto: da qui infatti, scaturisce una cultura della vita dentro l’apparente trionfo della cultura della morte: terrorismo, rischi di guerra sempre più accentuati, disperazione e non senso, esplosioni folli di violenza non sono destinati a vincere, il trionfo sarà della vita perché nell’Eucaristia il centuplo quaggiù e già assicurato», scandisce Scola, che pone la domanda, forse, oggi, più complessa e cruciale circa il contributo che i Cristiani possono offrire nella società plurale. Immediata la risposta. «La testimonianza personale e comunitaria di una irriducibile tensione alla verità, alla solidarietà, all’eguaglianza e alla giustizia». 

Un rinnovato sistema sociale e il richiamo alla politica 

E, poi, l’affondo senza mezzi termini: «Milano, il Paese e l’Europa tutta, per svolgere il loro compito nel mondo intero, hanno ormai bisogno di un sistema sociale rinnovato, radicato in un equilibrato e inscindibile rapporto tra diritti, doveri e leggi. Questi tre fattori non si possono separare. Tale compito può nascere e crescere solo se ogni cittadino e ogni corpo sociale vivono l’impegno personale, diretto e deciso a dare pieno contenuto alla propria partecipazione alla vita pubblica. Soprattutto non debbono sottrarsi a questo compito le Istituzioni di ogni ordine e grado. Qualunque forma potranno assumere in futuro, a causa dei profondi cambiamenti in atto – cosa diventeranno i partiti o il sindacato in futuro non lo possiamo ancora sapere – il loro contributo sarà indispensabile per un’armoniosa vita civile».
Evidente il richiamo alla politica «che il beato Paolo VI definiva come espressione alta di carità»: per essere tale essa «dovrà abbandonare formalismi e dialettiche sterili, troppi ossessivi ricorsi alla tecnocrazia troppi appesantimenti burocratici. È necessario che l’imprescindibile arte di governare la Cosa pubblica si ponga sempre più in ascolto del popolo, che è la vera e sostanziale opinione pubblica in senso forte. Sono questi i luoghi da cui emergono quei segni dei tempi che permettono di edificare un nuovo stile di vita civile, più umano e poi solidale è capace di edificazione». 
Insomma, cristiani come costruttori di vita buona, contro chi vorrebbe relegare la Risurrezione del Signore nel passato. 
«Non siamo, come taluni ripetono, in una fase di “postcristianesimo”. Siamo affidati al Signore misericordioso che non cessa di accompagnare tutti e ciascuno verso il pieno riscatto». Il problema è sempre lo stesso, «lasciare Cristo alle spalle», senza farsi  interrogare dalla domanda di libertà che viene da Cristo e permette di seguire il bene e di evitare il male». 
Un Male le cui tenebre opache sono trasfigurate per sempre dalla luce del Risorto, come dice, augurando in più lingue, “Buona Pasqua” il Cardinale, che al termine della Celebrazione, aggiunge: «Camminiamo nella gioia che non significa dimenticare preghiera e azione per vincere ogni forma di violenza, per condividere sofferenza e dolore».