Il Sinodo minore è anche l’occasione per fare memoria di uomini e donne che, con le loro scelte quotidiane, hanno concorso a forgiare una Milano accogliente, inclusiva, aperta al mondo: fratel Ettore, Italo Siena, Maria Paola Svevo, padre Beniamino Rossi

di Laura ZANFRINI
Sociologa dell’Università Cattolica e membro della Commissione di coordinamento del Sinodo minore

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Il Sinodo “Chiesa dalle genti” è, e dovrebbe essere, anche l’occasione per riappropriarci della nostra memoria collettiva, rintracciando nelle vicende del passato gli esordi di ciò che oggi percepiamo non tanto come un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca che, come tale, interpella l’idea stessa di civiltà, e dei principi etici che di ogni civiltà costituiscono il fondamento.

Tra i tanti modi attraverso i quali un simile esercizio può concretizzarsi, ve n’è uno particolarmente fecondo e prodigo di insegnamenti: ripensare agli uomini e alle donne che, con le loro scelte quotidiane, nella sfera pubblica e in quella privata, hanno concorso a forgiare la storia di una Milano accogliente, inclusiva, aperta al mondo.

Come non ricordare, tra i tanti “profeti della carità”, il camilliano Ettore Boschini, noto a tutti come fratel Ettore che, con la sua veste sdrucita, percorreva in lungo e in largo la città, alla ricerca dei più diseredati, per offrire loro un rifugio materiale e spirituale, fino a diventare il simbolo di una solidarietà vera e difficile, che si prende cura dei bisognosi – italiani o stranieri, senza alcuna distinzione – rimasti ai margini di una “Milano da bere” accarezzata dalla globalizzazione incipiente, con il suo inevitabile strascico di “scarti umani”.

E come non ricordare Italo Siena, che fin dagli anni Ottanta aprì il suo studio medico agli stranieri privi di documenti, gettando le fondamenta di quell’audace progetto che poi diventerà il Naga. È a persone come lui, testardamente impegnate nella difesa dei più deboli e vulnerabili, che dobbiamo la stessa evoluzione legislativa che, in Italia e in altri Paesi europei, ha finito con l’affermare il diritto universale alle prestazioni sanitarie essenziali. Ed è grazie a persone come lui se il dramma delle torture, che ci eravamo illusi fosse ormai consegnato ai libri di storia, è tornato a rendersi visibile alla coscienza collettiva, attraverso le cicatrici indelebilmente stampate sui corpi dei migranti forzati, cui Naga-Har (altra sua creatura) offre la possibilità di recuperare la propria umanità negata.

E come non ricordare Maria Paola Svevo, che ha incarnato la figura di una donna impegnata in politica come via per mitigare le ingiustizie e costruire la pace e che, ritiratasi dai suoi ruoli istituzionali, ha saputo dare nuovo slancio a una realtà come la Fondazione Franco Verga, facendone crescere la professionalità e la capacità di fare rete. L’impegno sul fronte dell’alfabetizzazione linguistica – attraverso la ricca offerta di corsi di lingua italiana per gli immigrati stranieri, che ancor oggi puntualmente si rinnova ogni anno – e su quello dell’empowerment femminile rappresenta l’esempio di un disegno volto alla costruzione di un modello di integrazione meno angusto, capace nel tempo di generare reale inclusione e cittadinanza.

E come non ricordare, infine, padre Beniamino Rossi, missionario scalabriniano che ci raccontava come lui, nato nella campagna cremonese, avesse realizzato come la terra non fosse tutta pianeggiante solo dopo essere entrato in Seminario, in quel di Bassano del Grappa… senza ancora sapere che la sua missione lo avrebbe portato in Paesi diversi dell’Europa e dell’America, nelle comunità create dall’emigrazione italiana. E poi, dopo essere approdato a Milano e avervi stabilito il quartier generale dell’Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione alla Sviluppo, avrebbe preso di nuovo il largo verso il Sudafrica, in difesa dei bambini rimasti senza genitori nei tortuosi tragitti della migrazione intra-africana, ad Haiti (dove morì nel 2013) a sostegno delle donne che crescevano da sole i propri figli, in Mozambico, prendendo sul serio l’invito ad “aiutarli a casa loro”. Senza mai smettere di “sognare i sogni degli altri”, sostenendo temerariamente le iniziative innovative di confratelli e laici, leggendone profeticamente il potenziale, trasformando i sogni in progetti. E senza mai smettere di denunciare la logica predatoria ed espulsiva dell’economia dello scarto, e di rammentarci come il governo della mobilità umana e della convivenza è, innanzitutto, una sfida culturale, ed esige un percorso “sapienziale” – una sorta di migrazione metaforica – che ci traghetti dalla preistoria della violenza e della sopraffazione alla storia del dialogo e dell’incontro.

Immagino fratel Ettore, approdato nel 2004 alle soglie del Paradiso, sempre con la sua veste logora, rivolgersi fiducioso al Padre eterno, consapevole di aver voluto più bene ai suoi poveri che a Dio stesso, ma certo che Lui non stia attento a tali sottigliezze. E immagino l’onorevole Paola Svevo, giunto il momento di sciogliere le vele e terminare la corsa, affidarsi al Creatore con la convinzione di avere combattuto la buona battaglia senza mai aver perso la fede. E padre Beniamino me lo immagino trasandato come sempre e con quel suo sorriso sornione chiedere scusa al Padre perché, nei suoi impeti di generosità, aveva qualche volta seguito un sentiero non proprio ortodosso. E immagino infine il dottor Siena che, dopo essersi congedato dal mondo nel 2015 con un funerale “laico”, avrà domandato stupito: «Signore, quando mai ti ho visto forestiero e mi sono preso cura di te?».

E con essi immagino i tanti altri, che hanno gettato le fondamenta di imprese che continuano attraverso l’impegno e la dedizione di coloro che ne seguono l’esempio; e i tanti altri ancora che, in maniera ancor più discreta e silenziosa, si sono messi in gioco in prima persona, con l’ostinazione di chi è tanto ricco di misericordia da divenire preveggente. Camminiamo sulle spalle dei giganti; proprio per questo, dobbiamo avere la capacità e il coraggio di guardare lontano.

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