Monsignor Bressan, presidente della Commissione di coordinamento, analizza e commenta le risultanze più significative emerse dalla consultazione della base: circa 600 i contributi giunti da ogni Zona pastorale

di Luisa BOVE

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Mons. Luca Bressan

È forse la fase più impegnativa per la Commissione di coordinamento del Sinodo minore: quella di leggere, rileggere e sintetizzare i numerosi contributi che continuano ad arrivare da ogni parte della Diocesi. Tanti hanno voluto dire la loro con suggerimenti, osservazioni, riflessioni, critiche e anche proposte, perché davvero quella ambrosiana possa essere sempre più «Chiesa dalle genti», aperta a tutti, vivace testimone del Vangelo e capace di profezia. Ne parliamo con monsignor Luca Bressan, Vicario episcopale per la Cultura, la carità, la missione e l’azione sociale, nonché presidente della Commissione di coordinamento del Sinodo minore.

Quanti contributi sono arrivati?
Al momento ne stanno schedando 570. Non ho ancora il bilancio definitivo perché ci sono ancora una trentina di mail da leggere, ma saremo intorno ai 600. Si tratta di un dato significativo, perché la maggior parte dei testi arriva da gruppi, non da singole persone. C’è stato un lavoro capillare molto grande e, più che per Zone pastorali, le differenze sono state rispetto ai contesti sociali e culturali. Nelle zone in cui la trasformazione del tessuto urbano è più vistosa, le persone si sono maggiormente attivate; là dove questa trasformazione invece è in ritardo o minore (penso per esempio alle valli), hanno inviato meno contributi. Il risultato è positivo, seppure a macchia di leopardo: questo conferma un processo in atto, ma che va sostenuto, perché non siamo ancora arrivati alla fine.

Siete soddisfatti della risposta che è venuta dalla base?
Sono almeno 400 i contributi collegiali, per esempio quelli dei Consigli pastorali. E sono tanti. Ci ha stupito in positivo la risposta del mondo della scuola: molti insegnanti delle secondarie di primo grado, meno di quelle di secondo grado; insegnanti di religione, ma non solo, hanno raccontato le pratiche di incontro e contaminazione più avanzate, con osservazioni interessanti, in cui si capisce che il problema non è semplicemente quello della logica dell’assimilazione, cioè di portare gli altri dove siamo noi, ma di lasciarci interrogare. In più di una scheda la segnalazione fattaci dagli insegnanti è che i giovani stranieri hanno più vitalità, più capacità di interrogarsi e porsi domande di senso sul futuro rispetto ai nostri, che a volte risultano più “seduti”.

Che cosa l’ha colpita di più rispetto a quello che state leggendo e valutando?
Ciò che mi ha stupito di più, perché emerge da tanti, è che il Sinodo è stato riconosciuto positivo per due motivi. Primo, perché ha aiutato a vedere: tanti infatti, grazie al Sinodo, hanno scoperto la presenza di una Chiesa plurale che prima non avevano colto; secondo, molti elogiano il metodo, non solo da un punto di vista produttivo, ma come modalità per capire dove il corpo ecclesiale sta andando. E tutti insieme leggiamo il nostro cambiamento.

Si coglie più diffidenza o più desiderio di mettersi in gioco?
Beh, il tema della paura e della fatica emerge. Si vede che è in gioco un’identità che dobbiamo ricostruire, capire chi siamo e giocare in modo diverso il nostro essere.

Quali sono le Zone pastorali dove risulta esserci già in atto un processo di comunione e integrazione tra fedeli di diversa provenienza?
Dai Consigli pastorali sono stati raccontati processi esemplari in alcuni luoghi della periferia di Milano, dove effettivamente le comunità hanno saputo fare un cammino: dal riconoscimento di un bisogno al riconoscimento di una persona, dal riconoscimento all’accoglienza, dall’accoglienza alla condivisione, fino a dire: «Siamo un noi, costruiamo insieme il nostro domani».

E rispetto a persone di altre nazionalità quali suggerimenti o critiche sono venute?
Molte comunità di migranti elogiano la Chiesa che hanno incontrato per il tipo di risposta data alle loro richieste e ai loro bisogni. I religiosi stranieri vedono una Chiesa capace di mettere al centro la Parola di Dio e di ascoltarla. Ma la critica che ci viene è che siamo bravi a riconoscere gli stranieri migranti come singoli, più che come comunità. Finché ci chiedono qualcosa per loro va bene; quando invece si presentano come comunità, subito si accorgono che il clima cambia e diventiamo tutti più diffidenti.

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