A «Mission is possible», dal 12 al 15 ottobre, presenti missionari e giovani della Diocesi ambrosiana. Intervista a don Antonio Novazzi

di Luisa BOVE

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Don Antonio Novazzi

Il mondo missionario scende in piazza e si racconta. È questo il senso del primo Festival della missione, evento nazionale che si terrà a Brescia dal 12 al 15 ottobre cui parteciperà anche la Diocesi di Milano. «Saremo presenti con alcuni missionari e ragazzi di “Missio giovani Milano” – spiega don Antonio Novazzi, responsabile della Pastorale missionaria ambrosiana -. I giovani che hanno vissuto un’esperienza breve o lunga di missione si mettono in gioco per raccontarla ad altri, alle proprie comunità cristiane, sul territorio, nei decanati, in Diocesi… Siamo convinti che la missione può entrare nel cuore dei nostri giovani e stimolarli in cammini diversificati fino a compiere anche scelte vocazionali, scoprendo che la vita è un grande dono da non trattenere per sé».

Il Festival della missione nasce quindi per sensibilizzare le comunità cristiane e la società civile?
L’idea è quella di uscire sulle piazze per dire che la missione è qualcosa di grande per noi credenti e che oggi è ancora possibile. La maggior parte delle testimonianze e degli incontri saranno tenuti dai missionari e dai giovani che hanno vissuto un’esperienza in missione: diranno la gioia del Vangelo che li ha portati a vivere con altre culture, popoli, stili di vita, Chiese… Lo raccontano alla gente che in quei giorni incontreranno in centro città. La scelta di questo Festival è quello di uno stile giovanile, si punta a incontrare soprattutto i ragazzi, la stessa Diocesi di Milano in questi anni sta cercando di creare itinerari, incontri, convegni, mandati missionari per giovani nel tempo estivo.

Tra l’altro i giovani di oggi sono già abituati a spostarsi in altri Paesi e continenti…
Certo, non sono stanziali. Per motivi di studio, conoscenza e svago oggi i giovani si muovono con tranquillità. Il rischio è di farlo ancora nel proprio cerchio, con una dimensione personale della vita; si fatica a muoversi per mettersi in ascolto e in gioco vivendo altre esperienze.

Il titolo scelto per questa prima edizione, «Mission is possible», è un invito o una conferma?
Intanto mission è un invio, un andare. Siamo convinti che il più grande missionario per noi è Gesù, lui per primo è l’inviato e noi lo seguiamo. Vivere la missione significa quindi seguire le orme di Gesù nell’annuncio del Vangelo, perché questa narrazione può recare gioia al cuore di tanti. Ci saranno persone che vengono apposta da altre Diocesi d’Italia per una riflessione, un incontro, una preghiera, una testimonianza; ci saranno anche gli aperitivi in piazza e nei bar con i missionari. Insomma, ci mettiamo in ascolto della vita di tante persone, perché spesso non viene narrata. Questa sarà dunque l’occasione.

Pensando alla povertà, alla mancanza d’acqua o ai disastri climatici, questo evento può essere un appello a cambiare stile di vita nel mondo occidentale?
Sì. Il Festival vuole essere una provocazione sul nostro modo occidentale di vivere. Ci saranno infatti incontri sugli stili di vita. Occorre una maggiore sobrietà e responsabilità nella vita di ogni giorno, riflettendo sul fatto che nel mondo tantissime persone vivono del minimo, a volte nemmeno dell’essenziale. Se ruotiamo solo intorno a noi stessi, nel nostro angolo di storia o angolo geografico, non ci rendiamo conto di cosa accade fuori. Purtroppo spesso anche i media non ci aiutano in questa riflessione e ad allargare lo sguardo.

 

 

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