4.02.2013

La solidarietà è la risposta giusta di fronte alla crisi del lavoro che sta colpendo pesantemente e senza guardare in faccia nessuno, sia gli italiani sia gli stranieri. Lo sostiene il sociologo Aldo Bonomi, direttore dell’istituto di ricerca Aaster, che interverrà al convegno diocesano della vigilia della Giornata della solidarietà, che si svolge sabato 9 febbraio, dalle 9.30 alle 13, presso l’Unione del Commercio di Milano, in corso Venezia 47. “Che razza di crisi! Italiani e stranieri uniti nel lavoro e nella sua ricerca” è il tema dell’incontro, che è a cura del Servizio per la Pastorale sociale e il lavoro, in collaborazione con l’Ufficio per la Pastorale dei migranti.

In un momento di crisi occupazionale, con oltre l’11 per cento di disoccupazione, la presenza di lavoratori stranieri è una risorsa o un problema per la società italiana?

«Il nodo è irrisolto sia in tempi di opulenza sia di scarsità e di dramma. Se guardiamo solo a quest’ultimo, scatta un meccanismo banale, uno stereotipo, che dice una cosa molto semplice e che viene agitato dalla società: non abbiamo lavoro e siamo in crisi “noi”, perché ci dobbiamo occupare anche degli “altri”, gli stranieri? Questo meccanismo scatta non solo per il lavoro, ma anche per l’assegnazione delle case popolari: prima “noi” e poi gli “altri”. Detto così il dilemma sembra irrisolvibile, perché dice che la solidarietà non è possibile e deve invece prevalere l’egoismo. Sembrerebbe egemone questa sottocultura con cui affrontare sia la crisi sia la scarsità di lavoro con logiche addirittura di corporativismo etnico. Invece le cose non stanno così: se guardiamo la composizione sociale del lavoro ci rendiamo conto che va affrontata nei termini dell’et-et. Ormai non possiamo più ragionare solo secondo lo schema del ’900, dimmi che lavoro fai e ti dirò chi sei. Oggi dobbiamo aggiungere altri aspetti: dimmi che lavoro fai? Dimmi di che genere sei (maschio o femmina)? E dimmi da quale Paese vieni? Forse, mettendo assieme tutti questi elementi, cominceremo a muoverci con logiche di solidarietà nei confronti di questa nuova moltitudine».

Come cambia il profilo del lavoro degli immigrati: solo occupazioni umili o stanno anche crescendo?

«I migranti arrivano in questo Paese e hanno fondamentalmente quattro sbocchi. Uno come a Rosarno in Calabria, in cui sono una forza lavoro servile - forse sarebbe necessario usare il termine di schiavitù - che viene usata in lavori agricoli a basso prezzo negli aranceti che nessuno di noi fa. C’è quello del lavoro servile in agricoltura, quello che si è diffuso nel tessuto delle nostre piccole imprese. Non è un caso che esistono tanti paesi limitrofi ai distretti produttivi in cui c’è una realtà abitativa quasi pari tra “noi” e “loro”. C’è inoltre la dimensione della grande fabbrica e poi l’esercito dei lavori servili che vanno sotto il badantato. Fino ad arrivare a quanto emerge dai dati delle Camere di Commercio (sono in aumento le microattività imprenditoriali di soggetti migranti) e alla migrazione alta di tecnici e quadri che si muovono in un mercato del lavoro globale».

C’è conflittualità tra i lavoratori italiani e stranieri, insomma una lotta tra poveri?

«In questo scenario abbiamo poi i “nostri”, perché la crisi sta colpendo tutti. Ma il vero problema è che colpisce questa dimensione del lavoro che è ormai la nostra. Quando si ragiona di lavoro bisogna farlo capendo la differenza di genere o provenienza, non più distinguendo, ma comprendendo che si ha a che fare con la moltitudine del lavoro in sofferenza dentro la crisi. Questo è il punto vero. Quindi più che scatenare la guerra tra i poveri, occorre capire che è cambiata la composizione sociale del lavoro e quindi cominciare a porsi in questi termini. In una società matura le questioni si affrontano, perché nella crisi il mercato si regola in parte da solo: infatti gli stranieri non continuano ad arrivare in Italia a cercare lavoro».

In effetti c’è questo fenomeno di diminuzione degli arrivi…

«È chiaro, lo sanno benissimo perché nel mondo c’è un tam tam informale sulla realtà dei lavori. Quindi, a maggior ragione in questa situazione, la questione non è abbassare la soglia della solidarietà o dividere la solidarietà, la “nostra” e la “loro”; è invece tener presente che questo è il destino dentro il quale siamo. È il punto vero, perché ormai è la situazione di un Paese che ha bisogno di questa forza lavoro. Occorre cominciare a strutturare una base di diritti in cui tutti ci si ritrova. La questione diventa drammatica in due situazioni. Fin quando è dentro le mura delle imprese - siano piccole, medie o grandi - il lavoro è normato. I problemi sono fuori dalle fabbriche, nell’economia dei servizi, nel lavoro nero, nei servizi agricoli o in quelli sociali, perché poi questa nuova composizione sociale deve abitare le città».

Quale ruolo gioca in questo scenario il Fondo famiglia-lavoro?

«Bene ha fatto il Fondo del cardinale Tettamanzi e anche quello rilanciato dal cardinale Scola: un aiuto a famiglia e lavoro, ma non facendo discriminazioni, perché sono tante le famiglie, “nostre” e “loro” in difficoltà».