Com’è tradizione, la celebrazione dei Vespri è stata preceduti dall’incontro augurale tra l’Arcivescovo e le Comunità etniche presenti in Diocesi. «Siete una ricchezza per la vostra voglia di costruire la città buona», ha detto Delpini

di Annamaria BRACCINI

Una festa di colori, di costumi etnici, ma soprattutto di volti che, già nei lineamenti tanto diversi tra loro, definiscono quella Milano proveniente da ogni parte del mondo che nella città di Ambrogio ha trovato una patria, come dice un’entusiasta ragazza filippina. È l’incontro di saluto e di scambio di auguri tra l’Arcivescovo e le Comunità straniere presenti sul territorio della Diocesi che, ormai da qualche tempo, precede la celebrazione dei Primi Vespri in onore del Santo Patrono e il Discorso alla Città. Più di 15 le Cappellanie presenti, con i loro sacerdoti e i laici, per un totale di oltre cento persone, in maggioranza giovani.

«Sono molto contento di darvi il benvenuto in questo che, con il Duomo, è un poco il cuore della città di Milano, per una festa molto sentita dai milanesi e, quindi, anche da voi», dice monsignor Carlo Faccendini, abate di Sant’Ambrogio, che accoglie monsignor Delpini nel complesso della Basilica e gli è accanto nell’incontro insieme a don Alberto Vitali, responsabile dell’Ufficio per la Pastorale dei Migranti.

Anche per l’abate Faccendini, da qualche mese in carica, è il primo Discorso alla Città” come per l’Arcivescovo. L’emozione c’è e si sente, per un invito che non è un’occasione folcloristica. «Siete responsabili della vita e del domani di Milano che vi ha accolto. Siete la Chiesa non solo del futuro, ma del presente. Questo è il senso bello e grande di stasera», conclude l’Abate.

La Sala della parrocchia dove ci si raccoglie è gremitissima – «abbiamo avuto difficoltà a limitare i numeri», spiega don Vitali – e così monsignor Delpini osserva: «Se ci sono questi limiti, forse l’anno prossimo potremmo trovare spazi più ampi per non escludere nessuno, perché Milano non è incline a dire “no” e dice invece “Vieni anche tu, costruiamo una casa più grande”… Io sono qui anche per imparare, perché questa ricchezza, che portate nel nostro modo di pregare e di celebrare la festa, arricchisca la terra di Milano. Magari giungete da Nazioni che non hanno buoni rapporti tra loro: quando si arriva in un Paese nuovo, non bisogna portare il male, ma il bene. Per questa vostra voglia di costruire la città buona siete una ricchezza».

Infine, il momento del saluto molto informale con l’Arcivescovo, che stringe le mani di ognuno donando il Rosario, tra tanti sorrisi cordiali e gli immancabili selfies.

 

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