Nel Santuario di San Pietro il cardinale Scola, Delegato pontificio, ha imposto il paramento al nuovo Arcivescovo, che ha detto: «Provo gratitudine per questo gesto»

di Annamaria BRACCINI

La recita dell’Ora Sesta nel Santuario di San Pietro Martire a Seveso, nel giorno della Solennità del Santissimo Nome di Maria, e la presenza di tanti preti in un clima di serena e gioiosa, ma raccolta e attenta partecipazione, fanno da cornice al Rito della consegna del Pallio al nuovo Arcivescovo, monsignor Mario Enrico Delpini. A porlo sulle sue spalle è il cardinale Angelo Scola, Arcivescovo emerito e Delegato in questo gesto da papa Francesco. Sull’altare, accanto a Scola e Delpini, ci sono i membri del Consiglio episcopale milanese. Nel Santuario trovano posto i Decani – riuniti presso il Centro pastorale ambrosiano per la loro tradizionale Assemblea di inizio anno alla presenza dell’Arcivescovo -, altri sacerdoti e fedeli.

La lettura del mandato apostolico con il quale il Santo Padre conferisce il Pallio a monsignor Delpini – che aveva chiesto di poterlo ricevere prima del suo ingresso solenne (richiesta accolta con lettera del 2 agosto, in allegato) «a motivo del vigente Rito ambrosiano e in considerazione della speciale qualifica di capo Rito che compete all’Arcivescovo» -, l’Arcivescovo che si inginocchia davanti al Cardinale e la recita del Simbolo Niceno-Costantinopolitano precedono l’imposizione del paramento nel silenzio.

Un Pallio che, per usare le parole dell’Arcivescovo, «mette comunque un poco di paura, perché viene dalla tomba degli Apostoli e, quindi, vuol dire dal martirio. Inoltre questo Pallio mi ribadisce che siedo sulla Cattedra dei vescovi che mi hanno preceduto, come successore di Carlo e di tutti i Santi Vescovi milanesi fino al cardinale Scola. Perciò chiedo a voi la preghiera, l’incoraggiamento, la collaborazione che può rendere più leggero il carico».

«Sento una grande gratitudine per questo segno che mi è stato imposto per onorare la mia persona, la Chiesa e il compito che io devo svolgere in questa Chiesa di Milano – sottolinea monsignor Delpini -. La mia gratitudine è molto personale e intensa per papa Francesco, ma oggi voglio dire un grazie particolare al cardinale Angelo Scola, non solo per essere qui ora, ma anche per tutto il cammino percorso insieme. Gli sono molto grato perché in questi anni, chiamandomi a collaborare con lui così strettamente, mi ha dato fiducia, mi ha aiutato a discernere in alcune situazioni delicate, mi ha sempre incoraggiato, mi ha concesso di condividere con lui le preoccupazioni, le gratificazioni, le cose belle che la Chiesa di Milano ha vissuto in questi anni. Anche in questo passaggio il cardinale Scola mi è stato di grande incoraggiamento, mi ha aiutato e mi ha consigliato».

E poiché il Cardinale poco prima aveva fatto riferimento all’obbedienza (simboleggiata dal Pallio stesso), Delpini, un po’scherzosamente, parla direttamente ai preti: «Vorrei subito imporvi un’obbedienza: quando a Messa dite il nome del Vescovo di questa Chiesa, che non sia solo una citazione rituale, ma che sia un vero momento per ricordarvi di me e per raccomandarmi al Signore».

La riflessione del cardinale Scola

«Il Pallio è l’emblema della pecora che il pastore prende sulle sue spalle nell’azione di misericordia che il tema del Buon pastore nel Nuovo Testamento ci riporta», spiega il cardinale Scola come primo significato del paramento liturgico che viene imposto. «Componente» a cui se ne aggiunge una seconda, decisiva, «come indicano bene le croci attraversate dai tre pungiglioni» che definiscono «la disponibilità totale all’offerta, al dono di sé e della propria vita. Quindi sono queste due componenti che l’arcivescovo Mario assume su di sé, che lo accompagneranno lungo tutto il suo percorso e che domandano a noi e, soprattutto, a voi come collaboratori più diretti – dice Scola ai sacerdoti -, responsabilità, corresponsabilità, fraternità e obbedienza».

Parola, l’obbedienza, «che si fa fatica a usare oggi, ma che personalmente reputo sempre più importante, perché è solo in essa che si capiscono il celibato, la verginità e la povertà, in quanto essa imposta una relazione di paternità e di figliolanza decisiva per  il Presbiterio e per tutti i fedeli laici in relazione con l’Arcivescovo».

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