Don Paolo Steffano, parroco di Sant’Arialdo a Baranzate, dove persone di altre culture e nazionalità partecipano attivamente alla vita pastorale, descrive alcune esperienze già in atto nella sua parrocchia: «Chi viene da fuori ha bisogno di sentirsi coinvolto»

di Luisa BOVE

Don Paolo Steffano

Da tempo don Paolo Steffano, parroco di Sant’Arialdo a Baranzate, è sotto assedio mediatico. Ora che ha ricevuto dal presidente Sergio Mattarella l’onorificenza al Merito della Repubblica italiana («per il suo contributo a favore di una politica di pacifica convivenza e piena integrazione degli stranieri immigrati nell’hinterland milanese»), la situazione non migliora. «Non ne posso più, lasciatemi lavorare…», dice. Ha ragione, ma poi ci concede qualche minuto del suo tempo.

Cosa ne pensa del nuovo Sinodo «Chiesa dalle genti»?
Per quanto ho letto mi pare che il Sinodo tocchi l’aspetto pastorale e non quello dell’accoglienza, e questo va bene. È utile che la Chiesa ogni tanto si interroghi, come è stato per il 47° Sinodo diocesano. Significa mettere in comunione le varie prassi, perché ogni parrocchia ha le sue. Però bisogna anche cambiare, non basta affrontare il tema: occorre cogliere che c’è una realtà, riferita non tanto al dialogo interreligioso, ma alla presenza di altre culture. Certo ci sono due rischi, due derive: da una parte, che ci si uniformizzi a noi; dall’altra, che creino chiesette particolari. Che la Chiesa si interroghi può tornare utile a tutte le parrocchie. Mi interessa ricevere altre indicazioni perché finora ho dovuto fare tutto di testa mia.

In effetti lei sta già vivendo il tema del nuovo Sinodo… Ma cosa significa annunciare il Vangelo in una realtà come la sua?
La vera questione è come la comunità si modella con la gente con cui vive. All’inizio si tratta di andare incontro ad alcune esigenze: per esempio abbiamo iniziato a creare il gruppo dei lettori etnici, per cui la prima lettura della Messa è sempre in un’altra lingua (cingalese, albanese, spagnolo…), così ognuno si sente parte della comunità. Anche a noi piace ascoltare l’italiano quando andiamo all’estero, ci sentiamo a casa. Poi però chiedo che leggano anche in italiano. Lo stesso vale per altri aspetti pastorali, per esempio affiancare una catechista, perché la vita della comunità è fatta da chi partecipa. Chi viene da fuori ha bisogno di sentirsi coinvolto e non va trattato come un caso disperato da aiutare. Ci sono tante forme di attenzione alla persona: un primo livello può anche essere quello di dare una mano in cucina durante l’oratorio estivo, così le persone si sentono parte viva. Abbiamo sperimentato anche un altro livello sull’aspetto relazionale.

Quale?
È quello che io chiamo il «termometro» della vita di una comunità. È importante sentirsi chiamare per nome, per questo l’esperimento è ormai diventata prassi liturgica. Ora lo scambio della pace funziona così: ognuno pronuncia il suo nome porgendo la mano. «Paolo, Cosima, Susan… la pace sia con te». È nello perché il nome ha un significato nella vita della comunità. Poi è vero che custodiamo anche tradizioni etniche per cui, se i cingalesi vogliono pregare in lingua il mercoledì alle 18.30 e in Quaresima il venerdì, si trovano in chiesa tra loro. I latinoamericani, invece, hanno tante novene e le fanno nelle case: ogni tanto ci andiamo anche noi preti, suore, membri del Consiglio pastorale… Recuperiamo così la dimensione popolare di cui si parla nell’Evangelii gaudium. L’obiettivo è quello di non isolarli: se c’è un incontro biblico, un gruppo del Vangelo o familiare, si cerca di integrarsi dando ascolto alle loro esperienze. Anche sul versante della carità si aiutano molto, non hanno bisogno della Caritas… Ma è bello viverla insieme.

La comunità di Baranzate condivide questo stile?
Ma la mia comunità è questa, non c’è uno “zoccolo duro”… Alla riunione dei genitori di prima comunione, se partecipano 25-30 persone, gli italiani sono sei, quindi sono loro la minoranza. In questi giorni sto vivendo la settimana comunitaria con gli adolescenti e l’educatrice è una ragazza egiziana copta nata a Roma. In oratorio abbiamo anche ragazze musulmane: occorre attenzione per capire e rispettare alcune particolarità, ma dobbiamo anche custodire l’evangelizzazione. Mi dicono: «Tu accogli in oratorio gli stranieri», ma in realtà è il territorio stesso che è così.

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