La profonda fede, la grande cultura, la semplicità di vita e il gusto dell’ironia dell’Arcivescovo eletto nelle parole di chi gli è amico dai tempi della scuola

di Gianni FRIGERIO

Quella tra me e don Mario è un’amicizia nata sui banchi di scuola. Quell’anno in prima liceo, oltre al resto dei compagni di classe già conosciuti e provenienti dal ginnasio, ci eravamo trovati alcuni nuovi compagni. Tra questi, un ragazzo non molto alto, scuro di capelli, molto vivace, allegro e che si era subito inserito nella nostra compagnia: Mario Delpini.

Non si faceva particolarmente notare, parlava poco, ma i suoi interventi erano sempre pertinenti ed efficaci. Non riuscivo a capacitarmi come riuscisse a ottenere sempre ottimi risultati scolastici, a fronte del poco tempo che mi sembrava lui dedicasse allo studio. Avevamo ritmi completamente diversi: lui sempre mattutino, arrivava a scuola che aveva già praticamente finito di studiare e trovava il tempo per pregare e fare molto altro; io sempre attardato, di corsa, dopo lunghe notti a studiare coi compagni per affrontare interrogazioni ed esami sempre troppo impegnativi.

Tra l’altro non gli ho mai perdonato di non essersi ricordato di noi “mortali” agli esami di maturità. Infatti io e altri amici gli avevamo raccomandato di trovare il modo di darci una mano all’esame scritto di greco. Invece, al termine della dettatura della versione da tradurre, mentre noi ci stavamo ancora arrovellando per capirci qualcosa, Mario si alzava e andava a consegnare la traduzione fatta in contemporanea alla dettatura. Anche se non me l’ha mai voluto confermare, sembra che l’abbia addirittura presentata in latino aulico!

Non so se fosse per non dare un’immagine troppo seria e impegnata di sé o solo per tenermi compagnia, don Mario era sempre pronto ad aiutarmi a mettere in atto qualche sano scherzo ai compagni e a qualche serioso superiore. Come quella volta che scalammo nottetempo la grande statua del Papa all’ingresso dell’atrio di Venegono, esponendo cartelloni di benvenuto al nuovo rettore Nicora. O quando, dopo varie inutili richieste di poter frequentare una piscina, sempre di notte trasportammo un pesante bagno in ghisa su per tre piani, collocandolo davanti alla porta del vicerettore, con tanto di esposizione di turni per superiori e seminaristi per l’utilizzo della «piscina biposto».

Scelte di vita differenti successivamente ci hanno fisicamente allontanato, ma l’amicizia, la stima e il rispetto reciproco nato sui banchi di scuola non sono mai venuti meno. Ho continuato a seguirlo nel suo lungo percorso di insegnante in Seminario, di Rettore e successivamente di Vescovo, apprezzandone le doti di semplicità e serietà e soprattutto la sua profonda fede.

Ho avuto anche la fortuna di conoscere e frequentare la sua bella famiglia e i suoi fratelli nei periodici incontri che don Mario organizza, nei quali ho avuto modo di constatare lo stretto legame che li unisce e la fede concretamente vissuta che li permea.

Non posso non ricordare sua madre Rosa, una donna forte e decisa che, come don Mario ha ricordato anche nell’omelia della sua ordinazione episcopale, gli raccomandava di pettinarsi e presentarsi bene, almeno da Vescovo, perché per lui l’ultimo problema è la forma.

Il senso dell’umorismo l’ha sempre contraddistinto: è appena il caso di ricordare come, in occasione della nomina, oltre a ironizzare sulla modestia del proprio nome, al cardinale Scola che faceva notare la sua essenzialità e il suo stile di vita povero, lui abbia prontamente replicato che non vive sotto i ponti!

A proposito di povertà, pochi giorni fa, in uno dei vari frugali pasti fatti assieme tra un impegno pastorale e una visita a qualche prete anziano, mi confidava che aveva cominciato a prendere la pensione e, a fronte dalla mia meraviglia per quanto poco guadagna un Vescovo, mi rispondeva sorridendo che quel poco gli bastava e avanzava, tanto che praticamente finiva tutto in beneficienza, non avendo spese di sostentamento dato che vive coi preti anziani alla Casa del clero. E sempre qualche tempo fa, dopo avergli fatto notare che con la sua vecchia auto rischiava di fermarsi per strada, mi aveva incaricato di trovargliene una usata; gli avevo replicato che, anche per ragioni di sicurezza, non era il caso che un Vescovo andasse in giro con un rottame… Fortunatamente qualche anima buona, mossa a compassione, deve avergli poi procurato la piccola utilitaria che usa quando non è in bicicletta.

Quando poi fu consacrato Vescovo ausiliare, qualcuno anche dei nostri amici aveva criticato la scelta del Cardinale, perché don Mario non aveva esperienza pastorale e non avrebbe potuto comprendere a fondo le realtà parrocchiali. Ebbene, credo di aver trovato pochi preti disponibili come lui ad ascoltare i problemi e le difficoltà della gente comune e, anche quando non poteva fare niente per loro, far sentire comunque la sua vicinanza con la sua preghiera. Anche per questo ho sempre molto apprezzato che don Mario usasse le sue ferie per andare in sperduti paesini in varie parti del mondo a sostituire qualche prete bisognoso di un po’ di riposo e, nello stesso tempo, stare vicino alla gente per conoscere i loro problemi.

Infine non posso non ricordare che don Mario ha avuto la grande fortuna di vivere la sua formazione sacerdotale con una classe formidabile, l’Agape 75 (l’anno di ordinazione). La scelta stessa del nome Agape definisce lo spirito con cui questa classe di preti – che ha espresso ben tre Vescovi -, pur nella grande diversità di caratteri e personalità, ha vissuto e continua tuttora a vivere e testimoniare con spirito di amicizia fraterna la profonda convinzione della fede.

 

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