Don Mario Antonelli illustra il dibattito sul Sinodo minore svoltosi in seno al Consiglio presbiterale, al termine del quale è stata elaborata una mozione per indicare all’Arcivescovo alcune buone prassi da attivare o da incentivare

di Luisa BOVE

Don Mario Antonelli
Don Mario Antonelli

Reciprocità. È la parola chiave emersa nei due giorni di lavoro del Consiglio presbiterale riunitosi per riflettere sul Sinodo minore. «Ognuno infatti dovrebbe riconosce l’altro come capace di dire e cantare l’unico Vangelo – spiega don Mario Antonelli, presente alla X sessione del 4 e 5 giugno scorso a Seveso -. La reciprocità esprime la densità cattolica di un passo nuovo che siamo chiamati a compiere docili allo Spirito».

In un clima buono, sinodale e ricco di interventi, i consiglieri hanno lavorato a partire da un testo di 27 pagine elaborato nelle ultime settimane dalla Commissione alla luce degli oltre 600 contributi ricevuti da ogni parte della Diocesi. «Lo scopo – chiarisce don Antonelli – non era quello di rimanere a un livello accademico o soltanto di ricognizione dell’esistente, ma di muoversi in prospettiva per indicare prassi concrete che interessano le parrocchie e su cui investiranno cammini e tempi».

Dopo un pomeriggio «di confronto ad ampio raggio» sul documento, indicando «valori, istanze e nodi problematici ancora da affrontare», il lavoro è continuato con i consiglieri divisi in 7 gruppi e relativi ambiti: formazione del clero, seminario e vita consacrata (1); cultura, politica, carità (2); ecumenismo (3); vita liturgica e iniziazione cristiana (4); scuola, oratorio, pastorale giovanile e cammini vocazionali (5); esperienza dei fidei donum (6); cappellanie, parrocchie personali (7).

«Non è un Sinodo sui migranti, ma è il Sinodo minore della Chiesa dalle genti – ribadisce don Antonelli -. La Chiesa è tanto più fedele all’unico Vangelo di Gesù quanto più vive di questo scambio vicendevole, in cui ognuno viene apprezzato come degno di offrire a tutti gli altri l’unico Vangelo. Sempre nella reciprocità, cercando di scongiurare l’equivoco che, essendo un Sinodo sui migranti, ancora una volta siano le nostre comunità cristiane parrocchiali a domandarsi come aiutare i migranti, come visitarli, come evangelizzarli, come sostenerli nella fede, come se fossero mero oggetto di una missione ecclesiale. Invece no. Invece tutti siamo soggetti dell’unica missione ecclesiale, quindi portatori di un dono che va offerto in questa logica veramente cattolica».

Partecipando al gruppo dedicato all’esperienza dei fidei donum, don Antonelli ha proposto che «come frutto del Sinodo si possa finalmente arrivare al punto che l’Arcivescovo di Milano scriva ai suoi confratelli di altre Chiese (anche più giovani) del Sud America, Asia o Est Europa, chiedendo con umiltà: “Mandateci per favore un parroco, una famiglia…” come presenze fidei donum che vengono a evangelizzarci». Non è una provocazione, peraltro condivisa da don Antonio Novazzi, responsabile della Pastorale missionaria, ma segno autentico di reciprocità tra Chiese sorelle.

Al termine del confronto ogni gruppo ha elaborato «una sorta di mozione che già enuncia il valore in gioco e come può essere declinato», indicando concretamente all’Arcivescovo alcune buone prassi da incentivare o da attivare, per realizzare la «reciprocità cattolica». Ora tutto il materiale prodotto dal Consiglio presbiterale diocesano è stato consegnato alla Commissione sinodale che, ricevendo a fine giugno un documento analogo dal Consiglio pastorale diocesano, rielaborerà una bozza di costituzioni da consegnare all’arcivescovo il quale dovrà poi formalizzarle entro il 3 novembre.

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